Ritengo sbagliato contrapporre un modello federale dell’Ue a uno di Europa delle nazioni. Accelerare il primo comporta un rischio rilevante di frammentazione in presenza di culture nazionali che spingono consensi sovranisti.
D’altra parte, la moneta unica e molte ragioni di efficienza e di scala economica e finanziaria rendono necessaria un’integrazione più strutturata. Pertanto mi sembra realistico ricordare l’esistenza di un terzo modello: meno di un’unione, ma molto più di un’alleanza rendendo questa poi base per una futura integrazione più strutturata.
Il punto: la confederalizzazione sarà possibile senza conflitti quando il consenso e le relazioni economiche interne saranno sufficientemente integrate, scenario che prende almeno 20-30 anni per maturare.
Questa terza via non è una novità, ma un recupero del metodo funzionalista che creò la Comunità europea (1957-1992): integrazione per passi condivisi da tutte le nazioni.
Per inciso, il Trattato di Maastricht del 1992 - e di più la decisione franco-tedesca del 1996 di accelerare l’euro - sostituì la Comunità dal basso verso l’alto con un’Unione tentativamente dall’alto verso il basso, modello prematuro che favorì, per esempio, la Brexit.
Ora bisognerebbe tornare a un metodo funzionalista, ma trainato da integrazioni settoriali di mercato e collaborazioni selettive tra nazioni per l’espansione geoeconomica globale e la futurizzazione industriale. Soprattutto, la configurazione interna della Ue andrebbe valutata in relazione a quella più utile per collocare l’Ue stessa in posizione centrale nel mondo.
Come noto, Roma e Berlino hanno una posizione collaborativa su questo vettore perché con modelli interni difficilmente modificabili trainati dall’export.
La loro postura implica un’Europa aperta e non chiusa, modello a cui la Francia sembra più favorevole in contrapposizione.
Per la finanza è certamente più utile una Unione Europea aperta e capace di aumentare globalmente gli accordi economici per la fluidità commerciale. Qui apertura significa che per vendere devi comprare e quindi vanno rimossi gli ostacoli protezionisti, a parte quelli per la salute e di reazione al dumping di altri, tra cui quelli ambientali troppo esagerati al cui riguardo servirebbe una nuova teoria dell’ecoadattamento sostituiva della decarbonizzazione accelerata nonché un’accelerazione paneuropea del nucleare di nuova generazione (piccole centrali super sicure diffuse).
Ma apertura significa anche chiedersi quali siano i confini futuri dell’Ue sia statuali sia di centro mondiale dei flussi economici da coprire con mezzi di sicurezza. Il potenziale geoeconomico di una Ue aperta mostra circa il 65% dell’economia mondiale in 15 anni, alla condizione di una convergenza in un G7 in espansione inclusiva con aggancio a un crescente mercato integrato in Africa, Sudamerica e nel Pacifico.
In conclusione, le nazioni europee devono pensare in grande e non in piccolo perché il loro potenziale futuro è enorme pur oggi compresso. (riproduzione riservata)