L’obiettivo della revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation (Sfdr), che dovrebbe arrivare oggi al voto della commissione per i Problemi economici e monetari del parlamento europeo (Econ), è quello di semplificare e rendere più trasparenti gli investimenti sostenibili, evitando la confusione tra gli investitori e i casi di greenwashing, che non sono mancati. Ma nell’ultima bozza proposta dalla commissione parlamentare Econ, che MF-Milano Finanza ha visionato, c’è un articolo che, a sentire gli operatori di mercato, prevede una stretta eccessiva e rischia di avere un effetto controproducente sullo sviluppo di questo mercato, scoraggiando le imprese verso la transizione e mostrando una nuova spaccatura tra il nord e il sud Europa sul tema green.
Il relatore del parlamento europeo sul dossier è l'eurodeputato olandese del partito Renew Europe, Gerben-Jan Gerbrandy e al centro del confronto c’è un nuovo comma all’articolo 7 spuntato nell’ultima versione che riguarda i prodotti di transizione.
La Commissione ha previsto tre tipologie di prodotti: quelli base (articolo 8), punto di partenza verso la sostenibilità, che integrano i fattori ambientali, sociali e di governance; quelli di transizione, regolati dall’articolo 7, focalizzati sul finanziamento di aziende e attività economiche che non sono ancora green, ma che si impegnano in un percorso di trasformazione credibile; e quelli sostenibili a tutto tondo (articolo 9) che, per esempio, escludono completamente i combustibili fossili. Il parlamento le ha recepite con una stretta sull’articolo 7, che regolamenta prodotti caratterizzati da almeno il 70% di investimenti destinati a finanziare imprese e attività economiche impegnate in un percorso di trasformazione verso modelli più sostenibili.
Secondo la bozza devono essere esclusi gli investimenti in società che generano ricavi dall'esplorazione, dall'estrazione, dalla coltivazione o dalla raffinazione di carbon fossile e lignite, combustibili petroliferi o combustibili fossili gassosi, a meno che tali società «destinino almeno il 20% delle loro spese in conto capitale totali ad attività allineate alla tassonomia (le attività economiche sostenibili, ndr), con una quota crescente nel tempo» e «dispongano di una strategia definita nel tempo e misurabile per ridurre le proprie emissioni di gas a effetto serra».
Ma la stretta arriva dal nuovo punto (ic) che prevede di destinare, su un periodo mobile di tre anni, «una quota media delle spese in conto capitale totali alle attività allineate alla tassonomia superiore a quella destinata a progetti» su carbon fossile e lignite, combustibili petroliferi o combustibili fossili.
Un’accelerazione ritenuta eccessiva e troppo onerosa da diversi operatori di mercato che, per evitarla, potrebbero limitarsi all’offerta di prodotti base con l’effetto, opposto, di depotenziare la transizione green europea. Il dibattito resta aperto con la volontà di arrivare a un accordo tra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue entro fine anno, evitando, ove possibile, nuove spaccature. (riproduzione riservata)