L'Eurozona dispone di un nuovo strumento per contrastare gli spread non giustificati dai fondamentali economici. Si chiama Tpi o Transmission Protection Instrument. Lo ha varato ieri il consiglio direttivo della Bce, a dieci anni dal whatever it takes di Mario Draghi che ha poi portato al programma Omt. Il Tpi, che non richiederà condizioni aggiuntive agli Stati oltre quelle previste a livello Ue, è stato avviato nello stesso giorno in cui Francoforte ha alzato i tassi (dopo 11 anni) dello 0,5% e ha riportato quelli sui depositi a zero, dopo 8 anni a valori negativi, con l'obiettivo di contrastrare l'inflazione. Non si tratta di una coincidenza, al contrario lo scudo anti-spread ha permesso alla Bce di alzare i tassi oltre lo 0,25% annunciato nella precedente riunione, evitando ulteriore volatilità sui mercati in una giornata segnata dalla crisi di governo italiana. Francoforte ha anticipato così un rialzo che sarebbe arrivato a settembre (in gergo tecnico si chiama frontloading). La presidente Christine Lagarde, pur confermando il «percorso di normalizzazione», ha assicurato che il rialzo dello 0,5% non influenza il punto d'arrivo finale sui tassi, che comunque non è definito. Nello stesso tempo la Bce ha archiviato la forward guidance: ciò vuol dire che le anticipazioni annunciate a giugno anche per settembre sono state messe da parte. D'ora in poi si deciderà «riunione per riunione», in modo da non legarsi le mani in anticipo in uno scenario economico incerto. Nel complesso le decisioni di ieri, giudicate da alcuni analisti come un «compromesso» tra falchi e colombe su scudo e tassi, hanno avuto un effetto positivo sui mercati. In particolare lo spread Btp-Bund, che era attorno a 242 punti base prima dell'annuncio di politica monetaria, è sceso a fine seduta a 237. Il rendimento dei Btp a dieci anni è calato da 3,70 a 3,58%.
Lo scudo anti-spread potrà essere attivato «per contrastare ingiustificate, disordinate dinamiche di mercato che mettono seriamente a repentaglio la trasmissione della politica monetaria». Questo è il caso per esempio di un incremento dei tassi in singoli Paesi come conseguenza della normalizzazione. Gli acquisti non sono soggetti a restrizioni ex ante, saranno su scadenze tra uno e dieci anni e non avranno impatto duraturo sul bilancio dell'Eurosistema. La portata delle operazioni dipenderà «dalla gravità dei rischi per la trasmissione della politica monetaria». Per ricevere il sostegno Bce gli Stati dovranno essere in linea con le regole Ue: non dovranno essere sotto procedura per deficit eccessivo o per squilibri macroeconomici eccessivi. Inoltre i Paesi dovranno avere finanze sostenibili, secondo valutazioni Bce che potranno considerare analisi della Commissione Ue, del Mes e del Fmi. Infine dovranno rispettare gli impegni previsti dai Pnrr nazionali. Questi criteri saranno comunque solo un input per la decisione finale del consiglio Bce che giudicherà anche sulla base di indicatori di mercato e della proporzionalità dell'intervento (per allinearsi alle richieste della Corte Costituzionale tedesca). Il consiglio Bce «non fa valutazioni di carattere politico», ha detto Lagarde. Francoforte invece considererà le misure dei governi. Se il prossimo esecutivo italiano vorrà la protezione (anche implicita) del Tpi dovrà mantenere i conti in ordine. Ma non dovrà rispettare requisiti aggiuntivi rispetto a quelli attuali. Invece nel piano Omt, che resta a disposizione degli Stati, i governi dovrebbero adeguarsi a un piano di aggiustamento del Mes. In tema di frammentazione sui tassi, la prima linea di difesa resta quella degli acquisti flessibili del Pepp, uno strumento che la Bce ha reso operativo. (riproduzione riservata)