Alcuni osservatori si chiedono quale sarà la prossima preda di Unicredit e arrivano fino a ipotizzare pure Société Generale, come se l’inseguimento della precedente preda - il Banco Bpm - avesse segnato un successo, e non un sonoro flop per l’istituto di piazza Gae Aulenti.
Questo è comunque arrivato, come è stato riportato ieri su queste colonne, a oltre il 20% di Commerzbank, previa conversione di derivati, nella prospettiva, magari, di un’ulteriore salita al 28%, se le condizioni lo consentiranno. Sappiamo da tempo della contrarietà del governo tedesco a una eventuale aggregazione, così come pure a un solo eventuale controllo da parte dell'istituto in questione.
La conversione del 20% circa vorrebbe essere una pressione sul governo tedesco che è affiancato, nella contrarietà all'operazione, dai vertici della Commerz e dalle rappresentanze del personale. Si ha poi presente che il fallimento del progetto Bpm così diventa un boomerang per una sorta di esempio che si fornisce alla Germania.
Il cancelliere Friedrich Merz, che è sceso in campo in prima persona contro il progetto di Unicredit, potrà fare marcia indietro proprio adesso che ha potuto constatare la sconfitta di Unicredit nel caso della Bpm e, principalmente, a motivo dell'applicazione del golden power da parte del governo italiano alla progettata aggregazione? Il mancato conseguimento di quest'ultima, in effetti, rischia di svolgere una funzione ultrattiva.
Naturalmente, sarà forse possibile un pre-negoziato con il governo, ma è da escludere che, come invece sostiene qualche osservatore, l'aumento della partecipazione possa rafforzare la posizione di Unicredit e avere un risultato positivo nel rapporto con il cancelliere. Una precondizione appare comunque la consensualità dei passi avanti, piuttosto che voler ragionare e contrattare muovendo dal fatto compiuto.
È però anche vero che il governo tedesco dovrà fare attenzione per evitare che il proprio atteggiamento di fronte a Bruxelles sia simile a quello del governo italiano - che , quanto al golden power, ha ricevuto l'annuncio di censure da parte della Commissione Ue - pur senza disporre di una normativa come quella italiana.
Tutto ciò si verifica mentre un impegno quasi assorbente dei governi europei, con posizioni differenziate tra di loro, e della Commissione è dedicato alla questione dei dazi e al progetto di accordo Usa-Ue che, per la parte che si conosce, comincia ad apparire quasi come una lesione ultra dimidium come i giuristi qualificano determinati negoziati nei quali una parte, come nel caso dell'Unione e della presidente Ursula von der Leyen, appare chiaramente contraente debole nel rapporto, nel nostro caso, con Donald Trump.
A questo punto piuttosto che di prede vecchie e nuove si vorrebbe che le banche parlassero di progetti evolutivi nei rapporti con famiglie e imprese, dell'impatto delle innovazioni digitali e, soprattutto, dell’Ai, del fintech, dell’organizzazione territoriale e dei connessi rapporti con l’utenza, delle prospettive di un rafforzamento organico.
Non è sufficiente porsi esclusivamente l'obiettivo di creare valore per gli azionisti. Il primo scopo deve essere quello istituzionale di una banca: tutelare meglio il risparmio e sostenere famiglie e imprese, in particolare in questo periodo che segna un passaggio d'epoca e che vede i dazi costituire la leva per una profonda riorganizzazione dei rapporti tra l'Europa e gli Stati Uniti.
Sono temi sui quali, pur partendo dai dati di bilancio e da valutazioni di mercato che attestano la forza del sistema bancario italiano, insiste il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta. Anche il presidente dell’Abi Antonio Patuelli manifesta particolare attenzione a questi problemi. A questo punto si vorrebbe vedere ricorrere le condizioni che consentano ai giornali di dare grande evidenza non alla prossima preda di una banca, ma a uno straordinario operare per rispondere alla ragion d'essere come tale. Diversamente in alcuni rami alti si rischia una silenziosa rivoluzione, con le banche che diventano di fatto grandi intermediari finanziari. E ciò non è nell’interesse di nessuno. (riproduzione riservata)