Wirecard, Greensill, Archegos. Di là delle specificità di ognuno di questi tre ravvicinati collassi finanziari, essi sono componenti di un’eclatante crisi globale, quella dei controlli: interni ed esterni alle società. Crisi per anni occultata, negata, sottovalutata. La trasversalità riguarda una crisi che affligge, si deve temere più profondamente di ciò che appare, ordinamenti (Germania, Regno Unito, Usa) i quali, dopo alcune pesanti debacle del primo decennio del nuovo millennio, si confidava fossero stati adeguatamente riformati nelle pertinenti regole, rinnovati nella cultura della vigilanza, rafforzati nella credibilità e nella efficacia di azione dei suoi responsabili. Ordinamenti che dovrebbero risultare esemplari modelli da replicare denunciano così paurose falle e catastrofiche inerzie. Le teorizzazioni e i proclami sull’efficienza dei controlli sono direttamente proporzionali al loro palesarsi come non di rado fiacchi, claudicanti, omissivi, remissivi. Grandi istituti bancari e finanziari hanno drammaticamente mostrato disinvoltura in operazioni rischiose a fronte di ostentati rafforzamenti dei propri sistemi di compliace risk. La crisi si espande oltre i confini dei singoli Paesi e reclama urgenti e risolute risposte coordinate sia nazionali, sia comuni. Risposte che non si possono più permettere di rincorrere gli eventi, di tentare affannosamente di tamponarne le conseguenze. Risposte che, all’inverso, devono essere idonee a intercettare e prevenire azioni in dispregio della correttezza delle condotte di chi opera sui mercati. Wirecard, Greensill, Archegos hanno evidenziato come Autorità di Vigilanza nazionali e organi di controllo interno a tali società, per un verso, abbiano gravemente difettato nell’esercizio dei poteri di cui sono dotati; per altro verso abbiano scontato la carenza di titolarità di alcuni poteri i quali, se invece esistenti, avrebbero potuto conferire rapidità e penetrazione alle iniziative di vigilanza; per altro verso ancora siano incorsi in macroscopici conflitti di interessi. Wirecard, Greensill, Archegos hanno conclamato poderosi difetti di cooperazione tra le competenti autorità nazionali, deficit di coordinamento dell’enforcement dell’informazione finanziaria, povertà di una supervisione armonizzata dell’informazione finanziaria e non finanziaria attraverso l’e, debolezze nell’indipendenza di quelle medesime autorità nazionali. Ne sono uscite disastrate la protezione degli investitori e la fiducia nei mercati. L’Esma ha reclamato dalla Commissione Europea un’accelerazione nelle modifiche della Transparency Directive. E’ un richiamo, in primo luogo, alle responsabilità della Commissione quale legislatore che deve mostrarsi all’altezza del compito, che non deve latitare, né tentennare. Ciò che deve cambiare abbastanza radicalmente è la cultura dei controlli, la consapevolezza della loro strategica ed esistenziale importanza per la creazione di mercati realmente progrediti, all’avanguardia, competitivi. Ma resistenze al cambiamento non tardano a emergere. Per nulla rassicuranti, ad esempio, i segnali che provengono dai finance executives di alcune delle più rilevanti società tedesche, fortemente critici verso le proposte legislative intese a potenziare la qualità dei controlli e, più complessivamente, l’integrità dei mercati finanziari, con un incremento dei poteri della BaFin. E’ però il momento di non indietreggiare, bensì di intensificare ogni adeguato sforzo. Ognuno, legislatori e Autorità nazionali, legislatore e Autorità comunitarie, devono fare, e bene, la propria parte. Ne va, per quanto riguarda l’Ue, della stessa instaurazione e funzionamento di un credibile mercato interno. (riproduzione riservata)