Isabel Schnabel, falco del board Bce, si arrende all’evidenza dei dati economici e alle attese dei mercati, riposizionandosi giusto in tempo per la riunione del 14 dicembre. Il membro tedesco del comitato esecutivo ha riconosciuto che l’inflazione (anche quella di fondo) sta scendendo in modo «notevole» e «più velocemente delle attese», di conseguenza nuovi aumenti dei tassi sono «piuttosto improbabili». In modo ancora più significativo, Schnabel non ha escluso un taglio prima di metà 2024: «Dobbiamo essere cauti nel fare dichiarazioni su quello che accadrà», ha detto in un’intervista a Reuters.
Per una volta l’economista ha realizzato in pratica la «dipendenza dai dati» a lungo indicata solo a livello teorico. Ma si tratta soprattutto di una mossa in vista del prossimo consiglio direttivo, nel quale sarebbe emerso in ogni caso l’errore strategico dei falchi alla luce degli ultimi dati macro. Schnabel ha comunque fatto passi avanti rispetto alla presidente Bce Christine Lagarde, che a metà novembre ha escluso tagli «per almeno due trimestri». Una dichiarazione che era stata pronunciata per rassicurare i falchi, i quali però ora smentiscono la linea della presidente.
L’errore di comunicazione (che Lagarde dovrà risolvere il 14 dicembre) è stato evidenziato dall’inflazione scesa al 2,4% nell’Eurozona, nonostante i ripetuti allarmi dei falchi. «Quando i fatti cambiano, cambio idea», ha detto ieri Schnabel citando una frase attribuita Keynes. Meglio tardi che mai, anche se ora i dati non sono soggetti a interpretazioni e non si poteva far altro che prenderne atto. Basti pensare che i mercati prevedono il primo taglio a marzo e altri quattro entro ottobre. La Bce dovrebbe dettare la linea ai mercati, invece ora li sta inseguendo.
La mossa di ieri non cancella mesi di valutazioni errate sull’economia da parte di Schnabel che ha teorizzato un «ultimo miglio» difficile sull’inflazione (un discorso intitolato «the last mile» risale soltanto a un mese fa) e la persistenza del dato di fondo, che invece sta scendendo in linea con quello complessivo, soltanto con qualche mese di ritardo com’era prevedibile. Nei prossimi mesi l’inflazione potrebbe risalire per effetti statistici ma dovrebbe poi scendere ancora nel 2024.
I giudizi errati di Schnabel e di altri membri Bce hanno portato a una politica monetaria più restrittiva di quanto opportuno, con aumenti dei tassi per 450 punti base e una riduzione del bilancio di 1.700 miliardi. È stata la stretta più forte nella storia dell’euro, in risposta a uno shock legato quasi integralmente a fattori dell’offerta non controllabili dalla banca centrale. La manovra ora produrrà un costo non necessario per l’economia europea, come si inizia a vedere nei dati sul credito.
Il danno è stato fatto e non è escluso che ce ne saranno altri. Schnabel ha insistito con lo stop anticipato dei reinvestimenti di titoli del piano Pepp, ora previsto fino a fine 2024, ricordando l’impegno di Lagarde a riconsiderare la tempistica «in un futuro non troppo lontano». Per Schnabel «non è una questione così grande» perché «le somme in gioco sono relativamente piccole». Ma a maggior ragione è difficile da capire la ragione di una stretta di pochi mesi, tale da rompere una promessa della Bce. Francoforte inoltre si priverebbe in anticipo di una prima linea di difesa anti-spread e potrebbe così innescare volatilità sui mercati. Il beneficio sarebbe per le banche centrali nazionali, innanzitutto per la Bundesbank, che così potrebbero ridurre le perdite. Schnabel ha escluso interventi sulle riserve obbligatorie che saranno riesaminati più avanti assieme al nuovo framework operativo. Il membro Bce spinge per un sistema «demand-driven», basato sui rifinanziamenti chiesti dalle banche (con tassi di mercato, diversi dalle Tltro), e si oppone invece all’idea del capoeconomista Philip Lane di un portafoglio strutturale di titoli, un’opzione più favorevole per il credito. (riproduzione riservata)