A quanto arriverà il prezzo dell’oro? Dopo aver toccato a metà maggio i 2.050 dollari l’oncia il prezioso metallo giallo ha in parte ritracciato, e ora scambia intorno ai 1.930. Da inizio anno, quando il lingotto era sui 1.830 dollari, si è assistito comunque a un apprezzamento del 6%. Le ragioni della performance sono molteplici: a elencarle è Peter Kinsella, global head of forex strategy di Ubp. Innanzitutto, «le banche centrali sono grandi acquirenti di oro fisico, probabilmente una conseguenza della decisione delle banche centrali dei Paesi occidentali di porre sanzioni sulle riserve valutarie della banca centrale russa nel 2022». Secondo, l’oro «ha beneficiato dell’aumento dei livelli di rischio geopolitico, fattore che dovrebbe rimanere nei prossimi anni». Terzo, «l’aumento dell’inflazione, che ha colto di sorpresa gli investitori e ha spinto al rialzo il prezzo del lingotto». Se a ciò si aggiunge che «il dollaro dovrebbe deprezzarsi nei prossimi trimestri, riflettendo la fine del ciclo dei rialzi della Fed», e «gli investimenti istituzionali restano ben al di sotto delle medie degli ultimi anni», Kinsella vede un ulteriore potenziale rialzista dell’oro, «fino ai 2.100 dollari».
La variabile chiave per il metallo giallo resta la Fed. «Di fronte all’eventuale stabilità dell’inflazione, la banca centrale proseguirà con nuovi aumenti dei tassi, dopo quello ormai scontato di luglio?», si chiede Marco Mencini, head of research di Plenisfer sgr. «Se la Fed proseguirà con politiche restrittive l’oro perderà attrattiva perché aumenterà il costo opportunità di detenerlo». Se invece l’istituto si prenderà una pausa «per non mettere troppo sotto pressione il sistema economico e finanziario, allora si creerà uno scenario positivo per l’oro perché gli investitori potrebbero puntare ad acquistarlo per la sua natura di riserva di valore». Secondo Joe Foster, portfolio Manager strategia sull’Oro e Imaru Casanova, deputy portfolio manager di VanEck, «l’oro sta mostrando una certa resilienza, nonostante l'andamento positivo del mercato azionario e la recente forza del dollaro americano». Per i money manager «il massimo storico di 2.075 dollari l'oncia sembra raggiungibile. Il contesto macro continua ad essere favorevole al lingotto nel lungo periodo».
Per chi volesse esporsi all’oro in modo indiretto, tramite i titoli azionari delle società estrattrici, un’opportunità la offrono i fondi azionari sulle società aurifere. Una categoria di prodotti d’investimento, censita da Fida, che pur mostrando un andamento non roseo su una prospettiva triennale (-17,8% medio) ha risalito le china in tempi più recenti. A un anno la performance media è del -1,7% (con punte positive prossime al 5%), e nel 2023 è sulla parità, con un massimo del 3,8% messo a segno dal comparto Sisf Global Gold di Schroders.
Edmond de Rothschild, con il fondo Goldsphere, da inizio anno mette a segno una performance dell’1%. Per il fund manager Christophe Foliot un vantaggio chiave delle società aurifere è che «ora mettono in atto una politica di ritorno agli azionisti, cosa che prima non avveniva: Agnico Eagle e Newmont pagano un dividendo rispettivamente del 3,2% e del 3,8%». Molte società inoltre «hanno sottoperformato dall'inizio dell'anno, cosa che ha portato a punti di ingresso interessanti, e l'inflazione è progressivamente alle nostre spalle, il che rende un buon momento per investire nell'oro». I rischi? «Puntiamo a limitare quello geopolitico, investendo principalmente in Canada, Stati Uniti, Australia e, in misura minore, in America Latina». Il fondo ha di recente venduto la propria posizione nella canadese Barrick Gold «per la mancata presa in considerazione dei criteri Esg da parte dell'azienda e per la presenza di un progetto in Pakistan».
Cpr Asset Management (gruppo Amundi) punta sull’asset class con il comparto Global Gold Mines (+0,8% nel 2023). Arnaud du Plessis, thematic equity portfolio manager, evidenzia che «l’investimento nel settore minerario è un asse di diversificazione molto interessante in un'allocazione globale, data la bassissima correlazione di questa classe di attivi con l’azionario globale». Inoltre, «le miniere d'oro mostrano un ritardo di performance molto significativo rispetto all'oro: sono ancora circa il 50% al di sotto del livello record di settembre 2011, quando i prezzi dell'oro erano allo stesso livello di oggi». Attenzione anche alle «società di royalty, che in cambio di finanziamenti industriali ricevono una parte della produzione. In questo modo, sono esposte all'andamento dei prezzi dell'oro, ma non a quello dei costi operativi», conclude il money manager.
Specializzata nell’asset class è anche Jupiter Am, il cui fondo Gold & Silver, seppur in calo nel 2023 (-6,3%) riesce a mantenersi sulla parità su un orizzonte annuale. Ned Naylor-Leyland, investment manager della società fa notare che nel corso dell’ultimo decennio «i principali produttori auriferi hanno investito meno nell'esplorazione, con una conseguente riduzione delle pipeline di sviluppo delle miniere e una maggiore necessità di ricostituire le riserve tramite acquisizioni». D'altro canto, «in questo periodo gli asset di sviluppo di qualità superiore hanno aumentato le loro risorse e sono diventati potenziali obiettivi di acquisizione per i grandi produttori d'oro, il che fa pensare a un proseguimento dell’attività di fusione e acquisizioni nel settore». A livello geografico il gestore punta su Americhe e Australia, «non solo per gli obiettivi di de-risking operativo, ma anche per posizionarci al meglio all’interno del sempre più importante quadro Esg». (riproduzione riservata)