Arriva al traguardo la riforma del Testo Unico della Finanza (Tuf), con l’approvazione definitiva attesa in Consiglio dei ministri giovedì 16 marzo. Il provvedimento introduce una serie di modifiche rilevanti per le società quotate, con l’obiettivo di rendere il mercato italiano più competitivo e attrattivo, senza trascurare le tutele per gli azionisti di minoranza.
Tra le novità più discusse del decreto legislativo, che porta il nome del sottosegretario Federico Freni, c’è l’intervento sugli incarichi incrociati nei cda (interlocking). La riforma elimina il divieto introdotto a suo tempo dal governo Monti che impediva a amministratori e consiglieri d’amministrazione di ricoprire ruoli in società concorrenti nei settori bancario, finanziario e assicurativo. Una scelta che punta a semplificare le regole e rendere più fluido il funzionamento dei vertici aziendali. Ma che per l’opposizione rappresenta scelta «grave e pericolosa» che non tutela il pubblico risparmio.
Per il vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Mario Turco, «la cancellazione di questo presidio fondamentale, introdotto dopo la crisi finanziaria del 2011, apre la strada a una rete di incarichi incrociati nei cda e organi di controllo, con un evidente aumento del rischio di conflitti di interesse, opacità nelle decisioni e indebolimento dei meccanismi di vigilanza».
Il componente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, parla di «un passo indietro rispetto agli standard internazionali di buona governance» che avviene «mentre recente risiko bancario e indagini della Procura di Milano hanno già fatto emergere criticità evidenti sul piano dei conflitti d’interesse». Non solo. «Questa deregolamentazione rischia anche di alimentare ulteriormente la spirale dei supercompensi dei manager, sempre più distanti dalla realtà economica dei lavoratori», ha chiosato il senatore pentastellato.
Al contrario il decreto reintroduce un altro obbligo: quello in capo alle quotate che prevede la pubblicazione, sui quotidiani, di informazioni regolamentate e avvisi societari. Una boccata d’ossigeno per un settore, quello dell’editoria, in cronica difficoltà.
L’ottica di ridurre gli oneri per le società torna nel decreto anche con la revisione del voto plurimo, che viene ampliato per consentire alle imprese maggiore libertà nella struttura del capitale. La misura punta a favorire la permanenza e la quotazione delle società in Italia, rafforzando il controllo degli azionisti stabili anche dopo l’ingresso in borsa.
Ma arrivano anche dei correttivi per operazioni straordinarie come la cessione di società: in questi casi, vengono rafforzati i meccanismi di controllo e trasparenza, con l’obiettivo di garantire maggiore protezione per i soci di minoranza. Sul fronte delle assemblee, si riducono i vincoli per le minoranze cosiddette «disturbatrici», abbassando le soglie necessarie (dall'1 per mille del capitale allo 0,5 per mille) per intervenire e incidere sulle decisioni. (riproduzione riservata)