Due notizie nella seconda parte della scorsa settimana sono state assai poco valutate, nonostante le loro importanti implicazioni.
La prima: in una conversazione con il Financial Times, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha detto che i tassi di riferimento fissati dall'Istituto ora vigenti -a seconda delle operazioni, 4%, 4,5 e 4,75%- non caleranno prima dei due prossimi trimestri. In sostanza, se ne parlerà a fine giugno 2024.
Vi è il rischio, ha precisato la presidente, anche per gli impatti delle due guerre in atto, di una ripresa dell'inflazione, soprattutto se i conflitti dovessero intensificarsi, con particolare riferimento a quello israelo-palestinese. Se così stanno le cose, allora si dovrebbe dedurne che la riunione del Consiglio Direttivo della Bce del 14 dicembre è inutile: stando alla Lagarde, già tutto sarebbe stato deciso.
Ma è così? O c’è un eccessivo azzardo di chi, stando al vertice, dovrebbe stimolare e costruire una sintesi di posizioni, nell'organo, la più ampia possibile e non sembra, salvo smentite, lo abbia fatto? Ma, poi, non è passata finora settimana che non si sia ripudiata la forward guidance e si sia detto, a cominciare dalla Lagarde, che le decisioni sui tassi la Banca le prenderà in base ai dati «meeting per meeting». Si è, dunque, con le affermazioni della presidente, cambiata radicalmente linea per arrivare addirittura a dire sin d'ora che non vi saranno riduzioni per due trimestri e che, semmai, i tassi potrebbero aumentare? Tutto ciò quasi in silenzio e senza che nessuno abbia chiesto spiegazioni?
Torna, comunque, l’irrisolto problema della comunicazione istituzionale della Banca centrale la quale permane nel non dare conseguente seguito all'evoluzione, che ovviamente ben conosce, degli strumenti della politica monetaria, che sempre più sta diventando comunicazione. Per rendere una dichiarazione come quella fatta al FT chi sta all’apice di un’istituzione deve essere sicuro di rappresentare tutti i componenti dell'organo che presiede; non può parlare a titolo individuale e, soprattutto, deve rendersi conto che un'affermazione di tale portata richiede una solidità di argomentazioni e di dati che non può essere surrogata da una superficiale previsione. È sperabile che sul prospettato embargo di sei mesi si rifletta da parte dei membri del Consiglio direttivo anche perché la loro partecipazione alla seduta del 14 dicembre non sia un mero atto notarile e che si colga l’occasione per tornare sul tema della comunicazione.
Frattanto si registrano ancora in Italia le conseguenze della stretta monetaria con la riduzione dei prestiti dovuta anche a una minore domanda che dipende, a sua volta, dall’impiego preferito della liquidità accumulata negli ultimi anni innanzitutto a motivo della pandemia, ma non solo da questa causa.
La seconda notizia concerne l’adesione del Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, alla candidatura della spagnola Nadia Calvino alla presidenza della Bei.
Pur nella limitata attenzione a questo endorsement, si è ipotizzato da taluno che concorra al sostegno anche il ruolo che la candidata può svolgere, ricoprendo la Spagna la presidenza semestrale dell’Unione, per la riforma del Patto di stabilità. È anche vero, però, che la candidatura in questione è apparsa subito, nei mesi scorsi, con le maggiori possibilità di successo, anche nei confronti della stessa commissaria Ue, Margrethe Vestager.
Quanto a Daniele Franco, si sarebbero dovute capire rapidamente le molte difficoltà di una sua affermazione, anziché arrivare, a un certo punto, alla doppia candidatura (anche, cioè, come membro del Comitato esecutivo della Bce) per poi fare rapidamente una retromarcia, con esposizione di un nome importante a un successo impossibile. Non ci si può illudere che, candidando un ex ministro ed ex direttore generale della Banca d’Italia, tutto sia facile, dimenticando che pure altri partner propongono autorevoli ex o del pari autorevoli personaggi ancora in carica. Ora, però, è il momento di reculer pour mieux sauter.
In ballo vi sono altre scelte a livello comunitario in alcune delle quali l’Italia non può essere sorpassata da altri Paesi: la principale riguarda l’assegnazione dell’Amla, l’Autorità europea antiriciclaggio per la quale il governo ha candidato l'Italia prevedendone la sede a Roma. Gli argomenti a favore di tale insediamento sono molti e robusti, a cominciare dal fatto che il Paese, che è uno dei fondatori, ha la presenza sul suo territorio di una sola Authority, che è quella per la sicurezza alimentare avente sede a Parma.
Ma altre ragioni riguardano la competenza giuridica e operativa nell’azione di contrasto nel settore, la tradizione, la capacità propositiva. Sarebbe il colmo se non si dovesse riuscire in questo disegno. Abbandonare sostegni destinati al non accoglimento e concentrarsi su obiettivi di pari se non superiore importanza dovrebbe essere la linea del governo. Un mancato risultato in quest’altro obiettivo dopo quello per la presidenza Bei peserebbe non poco. (riproduzione riservata)