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JD Vance più brillante di Tim Walz: come è andato il dibattito tv tra i due candidati vicepresidenti

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Recessione in vista negli Stati Uniti? Il dibattito tra i candidati vice Walz e Vance lascia aperti molti dubbi | IL VIDEO

02 ottobre 2024, 13:01 Ultimo aggiornamento: 13:44

Nessuno spunto particolare dal duello in tv fra i due candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti, il democratico Tim Walz e il repubblicano JD Vance, sottolinea David Pascucci, esperto di XTB. Il ciclo di taglio dei tassi sarà la vera sfida del futuro nuovo presidente. Intanto l’indicatore Sahm Rule sfora lo 0,5, cosa significa

Un dibattito senza vincitori né vinti. Il duello in tv fra i due candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti, il democratico Tim Walz e il repubblicano JD Vance, non è stato all'altezza di quello fra Kamala Harris e Donald Trump. Nel testa a testa i due vice hanno evitato di attaccarsi a vicenda preferendo dirigere le proprie critiche contro i candidati presidenziali.  Pochi i temi caldi sul tavolo: l'aborto, la sicurezza nelle scuole e soprattutto l'immigrazione. Quest'ultimo un argomento in cui Vance si è trovato in difficoltà dal momento che nessun Repubblicano, neppure Trump, ha saputo spiegare in che modo gestire la preannunciata «più grande deportazione della storia».

Il dibattito tra i candidati vice Walz e Vance lascia aperti molti dubbi

«Il confronto non ha apportato alcuna novità per quanto riguarda il sentiment sui mercati e la visione generale che si concentra principalmente sulla gestione della politica monetaria e sull’andamento del mercato del lavoro, tema che a quanto pare non sembra essere al centro dei dibattiti presidenziali se non per parlare della classe media in difficoltà per via di un’inflazione alta negli ultimi anni», sottolinea a milanofinanza.it David Pascucci, analista dei mercati di XTB. «Nessuno spunto particolare che può cambiare l’attuale situazione economica, alle prese con un ciclo di taglio dei tassi che di fatto sarà la vera sfida del futuro nuovo presidente il quale dovrà gestire, eventualmente, un rialzo del tasso di disoccupazione che al momento è statisticamente probabile da qui fino alla prima metà del 2025».

Se vince Kamala Harris

A un mese circa dalle elezioni del 5 novembre la vice presidente, Kamala Harris, guida i sondaggi a livello nazionale, mentre è testa a testa con l’ex presidente, Donald Trump, nei sette Stati chiave che decideranno la corsa verso la Casa Bianca. Nonostante questo, «individuare dei settori che potrebbero beneficiare di uno o dell’altro candidato è molto difficile e complesso in quanto l’economia Usa sta attraversando un periodo in cui si ritrova con una situazione macroeconomica precaria», osserva Pascucci, rammentando che il periodo che fa coincidere un ciclo di taglio dei tassi con le elezioni presidenziali non ha storicamente portato a un’espansione economica e il riferimento è quello relativo agli anni 2000 e 2008.

Detto questo, la prestigiosa Wharton School of the University of Pennsylvania ha di recente svolto un esercizio dal quale emergono alcune conclusioni: in termini di impatto sulla crescita rispetto all’attuale legislazione, i ricercatori stimano che gli effetti del programma di Kamala Harris sarebbero significativamente negativi nel breve, medio e lungo termine, mentre il programma di Donald Trump avrebbe un effetto positivo sulla crescita nel breve ma negativo nel medio e lungo termine, anche se in misura nettamente inferiore. Di contro, il programma dell'ex presidente è ritenuto molto più costoso per le finanze statunitensi rispetto a quello dell'attuale vicepresidente. 

Nello specifico, il programma di Kamala Harris prevede una serie di misure che non depongono a favore delle imprese: aumento dell'imposta sulle società dal 21% al 28%, aumento dell'aliquota fiscale sugli utili realizzati all’estero dal 10,5% al 21%, aumento di quattro volte - dall’1% al 4% - dell’imposta sui riacquisti di azioni. Una serie di iniziative che saranno indigeste a Wall Street? «Sicuramente la tassazione è un elemento che non favorisce gli investimenti ma, almeno storicamente, le aziende quotate che hanno fondamentali validi riescono comunque a proseguire i loro trend di apprezzamento a patto che ci siano le condizioni macroeconomiche fondamentali per la loro crescita», spiega Pascucci. «Queste eventuali misure potrebbero avere effetto negativo nel breve, ma essere assorbite nel lungo periodo».

L’indicatore di recessione Sahm Rule sfora lo 0,5, cosa significa

Comunque, per Pascucci il problema attuale degli Stati Uniti è proprio la crescita economica. «Al momento vediamo un recente dato del pil al 3%, un dato ottimo se paragonato al dato precedente ma la congiuntura economica complessiva vede delle correlazioni macroeconomiche che potrebbero portare addirittura ad un periodo recessivo. Ricordiamo che il tasso di disoccupazione, seppur su livelli bassi, è aumentato dal 3,4% al 4,2% attuale con la disoccupazione U6 che invece è cresciuta al 7,9%», nota l’esperto.

Al contempo, l’indicatore di recessione Sahm Rule ha toccato e sforato lo 0,5, al momento si trova a 0,6. Storicamente questo indicatore ha un tasso di successo del 84,6% nel predire una recessione superando lo 0,5, «se l’indicatore supera 0,6 il tasso di successo arriva al 100%, siamo ora molto vicini. In questo contesto basta un sensibile aumento della disoccupazione al 4,5% per confermare l’arrivo di una recessione», prevede Pascucci. «I non farm payrolls, le buste paga del settore non agricolo, hanno visto ben 15 revisioni in negativo su 18 dati disponibili a partire da gennaio 2023 con un ritmo in crescita delle revisioni che solo per quest’anno contano 340.000 posti di lavoro in 6 mesi (360.000 nel totale nel 2023). La situazione è effettivamente precaria, il rischio recessione è alto». (riproduzione riservata)



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