«Chi si riarma, prima o poi le armi devono essere usate, no? E questa è stata sempre un po’ la politica della Santa Sede fin dalla Prima Guerra mondiale, cioè insistere a livello internazionale perché ci sia un disarmo generale e controllato, quindi non si può essere contenti di questa direzione in cui si sta andando». A dirlo è il segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, interpellato sul ReArm Europe, a margine della I Edizione de «Il Tavolo del Ramadan - Iftar», promosso dall’ambasciata del Marocco presso la Santa Sede dal Micc, Media International Communication Club.
D’altronde proprio nella mattinata del 17 marzo la stessa Santa Sede con un comunicato ha ribadito che per raggiungere la pace in Ucraina è necessaria la volontà di aprire un dialogo vero. «La Santa Sede, mentre rinnova la preghiera per la pace in Ucraina, auspica che le parti coinvolte colgano l’occasione per un dialogo sincero, non soggetto a precondizioni di alcun tipo e finalizzato a giungere ad una pace giusta e duratura», si legge nel bollettino. Allo stesso tempo «incoraggia che si faccia il possibile per la liberazione dei prigionieri», afferma la Santa Sede, ricordando il colloquio telefonico del 14 marzo tra Volodymyr Zelensky e il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, nel corso del quale il presidente ucraino «ha espresso l’augurio di pronta guarigione» al Papa e «ha informato circa l’iniziativa del cessate il fuoco, proposta dagli Stati Uniti, alla quale l’Ucraina ha aderito». La Santa Sede fin dall’inizio del conflitto in Ucraina si è impegnata al massimo sia nella ricerca di una difficile pace, sia con progetti umanitari che hanno riguardato soprattutto i bambini che erano stati deportati in Russia sia i prigionieri. Ora la diplomazia vaticana punta i riflettori sulla nuova iniziativa condotta dagli Stati Uniti.
Otre all’impegno della Segreteria di Stato, con i Nunzi a Kiev e a Mosca, il Papa aveva voluto anche un suo «inviato speciale», nella persona del cardinale Matteo Zuppi, che in questi anni ha viaggiato tra Kiev e Mosca, Washington e Pechino, per cercare di tessere la tela del dialogo con tutti i soggetti interessati. Papa Francesco, dal canto suo, ha chiesto la pace per l’Ucraina centinaia di volte, citando la sofferenza della «martoriata» terra, come la definisce, e citando appelli in tutti gli Angelus, udienze generali e in altri eventi.
Oltre all’Ucraina, la Santa Sede guarda anche al conflitto in Medio Oriente, in quella terra dove si trovano i luoghi santi cari ai cristiani. Nell’appello a tutti i vescovi alla colletta per la Terra Santa, inviato a nome del Papa dal cardinale Prefetto del Dicastero delle Chiese orientali Claudio Gugerotti, si sottolinea: «Il nostro cuore è sollevato dalla tregua in atto. Sappiamo che è fragile e che, per natura sua, non basterà da sola a risolvere i problemi e ad estinguere l'odio in quell'area», scrive il cardinale, ricordando che «abbiamo visto pianti, disperazione, distruzione ovunque». Quindi il Prefetto esorta che è «nostro dovere - e uso questo termine con trepidazione, ma con decisione - di correre per aiutare, appena concretamente possibile, la vita a rinascere». (riproduzione riservata)