Si può comprendere perché la premier Giorgia Meloni e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti non hanno in alcun modo commentato la riduzione del rating della Francia, sceso ad A+ secondo l'analisi di Fitch.
Ci sono almeno tre motivi per rimanere in silenzio. Innanzitutto, non è il modo migliore per coltivare i rapporti, spesso difficili, col presidente francese Emmanuel Macron gioire per un suo declassamento. In secondo luogo, il capo del governo sa bene che tutto si deve fare meno che pressare le agenzie di rating per avere una sacrosanta promozione, visto che l'Italia è ferma alla tripla B, ultima in classifica di tutte le economie sviluppate. In terzo luogo, e questo lo sanno bene sia il presidente del Consiglio che il titolare del Mef, sono i mercati che stanno già promuovendo il debito di Roma nel momento in cui gli spread tra i Btp e i titoli di Stato dei Paesi fondatori si stanno assottigliando.
Ma non si può tacere, come ha sottolineato Milano Finanza, che il voto assegnato all'Italia dalla triplice del rating non è più giustificato da alcuna variabile economica: il debito monstre (problema che va comunque risolto sotto le Alpi) sta diventando un Everest anche per i transalpini, mentre se si va a vedere il debito privato e il tasso di risparmio Roma meriterebbe una tripla A, dal momento che potrebbe addirittura centrare i parametri di Maastricht. Perché dunque è così importante che si ristabilisca una verità ormai storica sul merito di credito dell’Italia? Giusto o sbagliato che sia, quel voto influenza anche tutto il sistema bancario, che eredita dallo Stato la tripla B, e a valle influisce anche sui tassi che vengono applicati a famiglie e imprese. Dunque quel rating, che pare debba risalire a breve come rivelato da questo giornale, è un voto a tutti gli italiani.
Ma al di là della concorrenza acerrima che da sempre si fanno i due Paesi cugini-coltelli, occorre valutare quanto potrebbe andare meglio il nostro Paese e quanto sarebbe più attrattivo per gli investimenti se Fitch, Moody’s e S&P gli assegnassero un voto coerente con la stabilità della sua situazione finanziaria e politica: su questi temi, come dimostra lo spread mai così basso negli ultimi anni, non c’è ideologia che tenga.
L’Italia, ha raccontato l’inchiesta di copertina di Milano Finanza del 6 settembre, si è guadagnata la credibilità sul campo e ora tocca alle agenzie di rating allinearsi effettuando un percorso inverso a quello del 2011 all’epoca del governo Berlusconi. Con Parigi nel caos, il debito tricolore è diventato il piatto forte. Solo dall’ultima asta di Btp a 7 e 30 anni il Tesoro ha incassato 18 miliardi con una domanda che ha superato qualsiasi aspettativa: 217 miliardi. A riprova dell'attrattiva della carta italiana gli investitori esteri si sono aggiudicati più del 70% dei titoli.
Con Piazza Affari tra le migliori performer dell’anno, pur rimanendo ancora a sconto (p/e) rispetto alla media storica e all’EuroStoxx, e con lo spread Btp-Bund ai minimi dal 2015 (in grado di generare un tesoretto da 13 miliardi, secondo Unimpresa), la percezione del rischio Paese si è ridotta notevolmente anche rispetto ad altri grandi emittenti europei, Francia in primis.
Questo scenario, per gli analisti intervistati da Milano Finanza, riflette una combinazione di fattori: disciplina fiscale, stabilità politica e più fiducia da parte degli investitori internazionali. E sul fatto che sia ormai ingiustificato il rating italiano sono stati d'accordo anche ex premier del centrosinistra come Enrico Letta e Paolo Gentiloni, intervistati da ClassCnbc. Il 2026 sarà perciò un anno cruciale per la finanza pubblica italiana, con l’obiettivo di riportare il deficit sotto il 3% del pil e uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. Ma prima toccherà appunto alle agenzie di rating aggiornare il loro giudizio sull’Italia, uscita dal mirino della Commissione Ue grazie al lavoro svolto nella finanza pubblica, unico luogo dove pare abbia messo le radici l'agenda di Mario Draghi.
Fitch, Moody’s e Dbrs hanno tutte assegnato a Roma un outlook positivo, mentre S&P e Scope restano più prudenti con aspettativa stabile: è molto probabile che sul far dell’autunno arrivino buone notizie sul fronte del rating e che finalmente l’Italia diventi quello che merita: un Paese di serie A. La forza potenziale per esserlo ce l'ha già. (riproduzione riservata)