L’ex avvocato dello Stato Pierluigi Umberto Di Palma, attuale presidente dell’Enac, l’ente che sovrintende e vigila sul buon funzionamento del settore aereo, è un monumento della burocrazia italiana.
Il suo curriculum è un elenco di incarichi istituzionali ai massimi livelli: consigliere giuridico e capo dell’ufficio legislativo e di gabinetto di ministri e presidenti di Regione, presidente di svariati organismi di vigilanza di società pubbliche, componente di comitati ministeriali e altro ancora. Né gli manca l’esperienza specifica.
Oltre ad aver rivestito ruoli di rilievo nel settore anche a livello internazionale, in passato è stato anche per ben un quinquennio direttore generale dell’Enac. In un Paese nel quale gli incarichi apicali negli enti e nelle società di Stato vengono spesso attribuiti (sigh!) soprattutto per meriti politici, sembra insomma la persona giusta nel posto giusto. Si dà però il caso che si trovi ora in una situazione piuttosto curiosa. E quella non doveva sicuramente sfuggire a nessuno nel momento in cui è stato nominato alla guida dell’ente.
Pierluigi Di Palma ha avuto l’incarico dal governo di Mario Draghi il primo luglio del 2021, a pochi mesi dal compimento dei 65 anni (il 25 ottobre). E siccome la durata dell’incarico è stabilita in 5 anni, l’avvocato Di Palma avrebbe dovuto ricoprirne presumibilmente oltre metà da pensionato. Come in effetti è. All’epoca però era già da nove anni in vigore un provvedimento introdotto dal governo di Mario Monti che vietava l’assegnazione di incarichi da parte delle amministrazioni ai dipendenti pubblici in pensione.
La norma è stata poi modificata nel 2015: in base alla legge che porta il nome della ministra Marianna Madia i dipendenti pubblici pensionati possono assumere incarichi di vertice negli enti pubblici soltanto per un anno e a titolo assolutamente gratuito. L’ultimo milleproroghe del governo di Giorgia Meloni ha poi esteso il periodo da uno a due anni: ma sempre a patto che il pensionato non riceva alcun compenso.
Dal sito dell’Enac, invece, risulta che al presidente viene riconosciuto un compenso di 135 mila euro annui (dato aggiornato al primo luglio 2024). Una somma che presumibilmente si dovrebbe aggiungere all’assegno di quiescenza. Il caso pone un paio di questioni.
La ragione per cui fu introdotto il divieto, confermato peraltro da una recente delibera della Corte dei conti, è quella di ringiovanire la pubblica amministrazione. E ci sta. Ma è ovvio che consentire a un pensionato di rivestire comunque un incarico apicale per un limitato periodo di tempo, però gratis, si profila come una specie di volontariato.
Meglio sarebbe stato allora vietarlo del tutto, senza eccezioni. Il fatto è che sulla nostra burocrazia più che la politica comandano gli apparati. Così nella patria del diritto romano, quella della «Dura lex, sed lex», è possibile che certi principi legislativi apparentemente rigidi vengano invece applicati con relativa elasticità. A seconda ovviamente dei casi. Per esempio, ci sono situazioni in cui il concetto particolare dell’autodichìa prevale su certe norme generali. Riguarda gli organismi costituzionali, come la Camera e il Senato, le cui decisioni non possono venire sindacate da chicchessia.
Ma anche la presidenza della Repubblica, dove il segretario generale Ugo Zampetti, cioè il capo dell’amministrazione (incarico senza alcun dubbio apicale), ricopre da pensionato della Camera quell’incarico a titolo assolutamente gratuito addirittura da dieci anni. La legge Monti e la successiva legge Madia, poi, non impediscono ai pensionati statali di assumere incarichi nelle società di capitali che appartengono alla sfera pubblica.
Proprio recentemente la ex segretaria generale del Senato Elisabetta Serafin, al momento di lasciare Palazzo Madama, è stata nominata presidente della Saipem, i cui principali azionisti sono Eni e Cassa depositi e prestiti. Incarico triennale che dà diritto a una retribuzione non irrilevante: 456 mila euro annui. Questo per dire che il tema del ringiovanimento della pubblica amministrazione, assolutamente necessario, andrebbe affrontato in modo decisamente più organico.
Magari ripensando a quel limite così demagogico dei 240 mila euro annui al massimo di retribuzione, che viene regolarmente aggirato in alcune categorie privilegiate (per esempio i magistrati amministrativi) ma tiene lontano le menti migliori dalla pubblica amministrazione. E soprattutto eliminando le riserve indiane. (riproduzione riservata)