Il nuovo fronte di guerra esteso pericolosamente anche in Polonia nel giorno del discorso di Ursula von der Leyen sullo stato dell’Unione impone una domanda: perché si combatte in Ucraina? Cosa vuole davvero Vladimir Putin? Da tre anni ci poniamo ossessivamente la stessa domanda, senza ottenere risposte soddisfacenti.
Ma ora che il presidente russo ha passato la linea rossa, sconfinando con i droni in territorio polacco, la questione da intellettuale diviene esistenziale. E pertanto dobbiamo con urgenza tornarvi sopra, perché da essa dipende la valutazione del rischio che il mondo e l’Europa stanno correndo.
La posta in gioco non potrebbe essere più alta, poiché c’è un tempo per la diplomazia e uno per le armi. Il primo è definitivamente esaurito? Passiamo allora in rassegna alcune delle risposte che sono state date dall’inizio del conflitto, almeno quelle che sembrano racchiudere una parte di verità.
La prima ascrive alla paranoia e alla violenza di Vladimir Putin le ragioni del conflitto. Gorbaciov, che rifuggiva istintivamente lo spargimento di sangue, non avrebbe mai intrapreso un’impresa così sanguinaria, quale che fosse la posta in gioco. Il limite di questa spiegazione è quello di sopravvalutare il peso delle personalità nelle decisioni più gravi, come quella di aprire un conflitto di questa portata dall’esito così imprevedibile. Il problema è che gli Stati obbediscono a una propria razionalità, sulla quali influiscono le personalità dei leader, ma fino a un certo punto.
La seconda spiegazione è che un’autocrazia come quella costruita da Putin non può permettersi di avere alle sue porte una prospera democrazia liberale, pena la propria disgregazione interna, come è accaduto alla Germania orientale. È vero, ma questa lettura trascura la forza del nazionalismo russo che ha trovato in Putin il suo araldo, al punto da sommergerlo di una plebiscito di consensi elettorali. Certo una parte di questi esiti delle urne saranno il frutto di manipolazione, ma, per quanto sia duro ammetterlo, i russi seguono Putin.
La terza spiegazione attinge al realismo, sia quello offensivo che difensivo, il quale motiva la guerra in Ucraina come un evento quasi prevedibile e scontato in una logica di anarchia degli Stati, ciascuno dei quali diffida delle intenzioni degli altri. Tanto più che la diffidenza è particolarmente spiccata tra i russi, come ben sapeva George Kennan il quale, inascoltato, esortava gli occidentali a non solleticarla. Delle tre è quella più convincente, ma a sua volta carente di qualcosa.
Il rapporto con la storia è ciò che rende incomunicabili e incomprensibili i rapporti tra l’Occidente e gli imperi revisionisti. Non solo la Russia, ma anche la Cina e l’India. Come ha dimostrato eloquentemente il sociologo Frank Furedi (La guerra contro il passato. Cancel culture e memoria storica, Fazi, 2025), l’Occidente ha ripudiato il proprio passato, giudicato inutile e ancor peggio dannoso, rottamando tutto quello che è avvenuto prima del 1945. Il fenomeno ha assunto proporzioni grottesche negli Usa dove si è manifestato con una spietata iconoclastia e mediante la riscrittura radicale dei programmi di insegnamento, per dare spazio al punto di vista delle minoranze. In Europa il movimento è stato meno violento, ma non meno radicale. L’ora zero è la Seconda Guerra Mondiale e liberalismo e progresso tecnologico sono l’orizzonte unico del «presentismo».
Tutt’altro è l’approccio alla storia degli imperi revisionisti. Le lunghissime tirate di Putin sulla storia come giustificazione per il conflitto non sono mera propaganda ma insuperabile nostalgia per una versione ridotta, ma rispettata, dell’impero zarista. I cinesi, a loro volta, vivono il secolo delle umiliazioni, inaugurato dalla guerra dell’oppio del 1839 e riscattato dalla vittoria di Mao del 1949, come fosse cronaca del presente. E dal loro punto di vista la Seconda Guerra Mondiale è cominciata nel 1931. Infine gli indiani sono ossessionati dalla storia della Compagnia delle Indie, che studiano ossessivamente come catarsi per la costruzione di una forte identità nazionale indù. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà
di giurisprudenza di Firenze