L'inversione della curva dei rendimenti dei titoli di Stato Usa, presunto segnale di una possibile recessione imminente, continua a essere al centro del dibattito degli analisti. Dalla scorsa settimana, infatti, i rendimenti dei Treasury americani sono più bassi sulle scadenze lunghe che su quelle corte. Oggi, il tasso di finanziamento del titolo di Stato Usa a due anni è arrivato a superare di cinque punti base quello del decennale, mentre adesso lo distacca di due (rispettivamente 2,43% e 2,41%). La causa dell'inversione è arrivata però dopo un dato che sembra in realtà certificare la salute dell'economia statunitense: il rapporto sul mercato del lavoro Usa di marzo. Il dato di venerdì scorso sui payroll è stato sufficiente forte per dare man forte alla Fed per poter aumentare i tassi di 50 punti base anziché 25 nella prossima riunione di maggio. Ma lo scenario di una recessione dell'economia Usa è reale? E soprattutto il rialzo dei tassi a cui la Fed ha già dato il via è stata una reazione eccessiva all'attuale situazione macroeconomica?
Secondo gli analisti di Pictet, per valutare correttamente l'efficacia delle scelte della banca centrale Usa bisogna guardare oltre la semplice curva dei tassi nominali, prendendo in considerazione anche l'inflazione e i tassi reali, e analizzando congiuntamente anche l'attuale contesto geopolitico. Al momento, per gli analisti, lo scenario centrale pare quello caratterizzato da un conflitto prolungato e di bassa intensità al termine del quale sarà comunque difficile tornare alla situazione pre guerra. Inoltre "a meno di un aggravarsi del conflitto, le conseguenze non dovrebbero sfociare in una vera e propria stagflazione, visto che la traiettoria della crescita economica sottostante rimane robusta negli Usa", spiegano Andrea Delitala e Marco Piersimoni di Pictet.
Guardando a titoli e aziende, secondo gli esperti la combinazione meno favorevole tra crescita e inflazione influirà negativamente sui profitti aziendali, in particolare per i margini. "L'anno scorso avevamo individuato uno spazio per possibili sorprese positive, ma quest'anno le nostre previsioni sono invece allineate a quelle di mercato e lo spazio per sorprese positive è ridotto", spiegano dall'asset management. "Le azioni godono al momento di previsioni di crescita degli utili intorno al 10% e il rischio di revisioni al ribasso di tali previsioni è già ampiamente scontato nei prezzi di mercato. La combinazione di utili privi di grandi possibilità di stupire e margini sotto pressione determina le nostre scelte settoriali e tematiche, con la prevalenza di strategie cicliche combinate con alcuni spunti growth. A fronte di un eventuale ridimensionamento degli utili attesi, gli investitori potrebbero infatti tornare a prediligere i titoli growth, forieri di una maggiore crescita potenziale degli utili futuri. D'altronde, il premio accumulato da questi titoli nei confronti di quelli value durante il Covid è praticamente sparito nel corso degli ultimi 12 mesi: le azioni growth non paiono quindi più sopravvalutate". (riproduzione riservata)