I futures sul petrolio americano (Wti) salgono di quasi l’1% a 91,6 dollari il barile, un rally di oltre il 28% negli ultimi tre mesi, mentre il Brent europeo guadagna lo 0,75% a quota 94,63 portandosi al livello più alto degli ultimi dieci mesi.
Il greggio si muove in un contesto di aspettative di ampliamento del deficit sul mercato nel corso del quarto trimestre 2023 a causa dei prolungati tagli all’offerta da parte dell’Arabia Saudita e della Russia. E nel frattempo resta sempre viva la speranza di una ripresa della domanda in Cina, primo Paese consumatore di petrolio. Ecco tre ragioni per cui il greggio sale e perché la corsa pare non sia ancora finita.
1. Mentre l’Opec+ taglia l’offerta sul mercato per sostenere i prezzi, gli investitori sono in attesa di capire che cosa dirà il ministro saudita dell’Energia, il principe Abdulaziz bin Salman che dovrebbe intervenire al 24° World Petroleum Congress previsto oggi, 18 settembre, a Calgary in Canada.
2. Secondo diverse banche d’affari, gli Stati Uniti potrebbero evitare la recessione nel 2023, mentre le attese sulla Cina sono di una ripresa dell’economia, partita in sordina quest’anno a causa anche del settore immobiliare che resta in decisa difficoltà. Due ragioni che aiutano a spingere i prezzi del petrolio al rialzo.
L’impennata del petrolio sembra destinata ad alimentare però le pressioni inflazionistiche sulle maggiori economie proprio quando le banche centrali, compresa la Fed e la Bce, stanno cercando di capire se hanno già alzato i tassi a sufficienza per rallentare il ritmo degli aumenti e capire quando si vedrà il picco dei tassi. Questa è una settimana importante per le Banche centrali, fra cui Fed, BoE, BoJ e RBA.
3. Gli hedge fund hanno incrementato le loro scommesse rialziste sul Brent e sul greggio statunitense portandosi ai massimi degli ultimi 15 mesi, mentre i tagli all’estrazione da parte dell’Opec+ iniziano ad avere effetti concreti sul mercato petrolifero. I gestori hanno aumentato le scommesse lunghe nette sul Brent e sul Wti per un totale di 43.131 posizioni combinate su 494.888 contratti, secondo quanto emerge dai dati settimanali Ice (chiusi venerdì 15 settembre).
Il posizionamento degli hedge fund segna un'importante svolta rispetto al periodo negativo della prima metà dell'anno, quando i fondi speculativi erano invece fermi al livello più ribassista degli ultimi dieci anni, ricordano gli analisti di Bloomberg. Entrambi i parametri di riferimento, Brent e Wti, hanno ormai superato i 90 dollari al barile, con un aumento di circa il 30% da giugno, dal momento che il cartello Opec+, guidato dall’Arabia Saudita, ha tagliato la produzione e creato un deficit di offerta fino alla fine dell’anno. (riproduzione riservata)