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Nessun compromesso: i bambini non devono avere accesso allo smartphone prima dei 14 anni. Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e docente presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’università di Milano, lo aveva già scolpito molto chiaramente nel titolo di un libro del 2021 (Vietato ai minori di 14 anni, DeAgostini) e a maggior ragione lo conferma oggi che al suo monito si accordano schiere di psicologi, pediatri ed educatori. «Oggi anche i dati clinici ed epidemiologici lo confermano: lo smartphone sugli under 14 provoca danni».
Nel suo ultimo libro, Allenare alla vita (Mondadori) lei torna sull’argomento partendo da un principio più generale, quello dell’autorevolezza dei genitori. È questo il bandolo della matassa per costruire un rapporto corretto tra giovani e smartphone?
L’autorevolezza è la dimensione che serve a chi cresce in generale. Quella dei genitori è stata messa in difficoltà da due processi negli ultimi vent’anni. Il primo è la crescita dell’ansia iperprotettiva dei genitori stessi che ha ridotto molto l’autonomia dei figli nell’esplorazione del mondo. Contemporaneamente però si è sdoganata la dimensione digitale e sono entrati nella vita dei bambini figure come quelle degli influencer che hanno, appunto, un’influenza enorme dal punto di vista comportamentale e attitudinale ma sono al di fuori di un progetto educativo e formativo.
I genitori oggi sono più presenti e attenti che mai, eppure gli indicatori di salute mentale dei giovani sono i peggiori degli ultimi sessant’anni. Dove nasce questo paradosso?
A fronte di un lavoro stremante con il quale cercano di mettere a disposizione dei figli le esperienze, le relazioni o le scuole migliori, i genitori si fanno anche pusher di strumenti digitali che contrastano con questo progetto educativo perché sono fortemente dopaminergici, cioé attivano funzionamenti che il soggetto non sceglie, ma applica sotto la spinta di una gratificazione istantanea.
No allo smartphone, insomma, ma la tecnologia ormai è talmente pervasiva che è ovunque…
Il tema, infatti, non è la tecnologia in sé, ma quella portatile. Avere un computer connesso in un luogo centrale della casa non è sbagliato, ma questo non suggerisce di consegnare lo stesso computer in formato smartphone a un figlio. Il device mobile ha un impatto devastante sul palinsesto della sua giornata e sulle sue priorità.
Quali sono gli effetti che ci devono preoccupare, al di là dei rischi che provengono dalla rete e che sono identificabili come reati?
Le grandi aree di danno sono quattro: l’addiction, ovvero il fatto che bambini e ragazzi non riescano a scegliere altro se non quello che viene proposto dallo smartphone; la deprivazione sociale; la riduzione della capacità di attenzione e di concentrazione; la privazione del sonno. Quello del sonno è un fattore sottovalutato: dormire è la forma principale di protezione per la salute, anche emotiva, e per le funzioni di apprendimento in età evolutiva; i minori di oggi, rispetto ai loro coetanei di 20 o 30 anni fa, dormono una notte in meno ogni settimana.
Sono problemi reversibili attraverso forme di disintossicazione?
Jonathan Haidt, professore alla New York University, nel suo best-seller The Anxious Generation, non ancora tradotto in Italia, dice che possiamo invertire la rotta in due o tre anni, purché si condividano alcuni principi: niente cellulare ai minori di 14, social vietati agli under 16, scuole smartphone free e ripristino di esperienze di gioco e relazione con i coetanei.
Ha citato la scuola. Spesso anche nelle aule lo smartphone è dato per scontato, o persino usato come strumento didattico.
Bisogna ammettere che abbiamo sbagliato. La Svezia, che ha digitalizzato per prima la formazione primaria mettendo a disposizione tablet fin dall’età precoce, dopo due anni di osservazione ha fatto marcia indietro, eliminato tutti i device e ripristinato i libri di carta.
Le iniziative istituzionali che, sia a livello nazionale che europeo, puntano a regolare per legge l’accesso a smartphone e social sono un aiuto reale per i genitori?
Assolutamente sì. Per i genitori è molto difficile contrastare da soli questa ondata. Per tutto ciò che genera addiction e che non rispetta i bisogni dei minori abbiamo a disposizione delle leggi che vietano e regolamentano l’accesso in funzione dell’età. È vero che nell’adolescenza la trasgressione è un modo per diventare grandi, ma questa dinamica riesce a non essere distruttiva se si scontra con un confine reale che è pensato e presidiato dal mondo adulto. Il valore educativo della norma è chiarire che ciò in cui ti imbatti trasgredendovi è qualcosa che non fa bene. Oggi si deve lavorare a una regolamentazione per legge del digitale perché non è più solo un problema educativo, ma di sanità pubblica e, per essere risolto, lo stato deve trovare le soluzioni per tutelare soggetti che non sono in grado di difendersi da soli.
La tecnologia offre alcuni strumenti di «parental control», in che misura è consigliabile utilizzarli?
Le forme di parental control sono utili, ma non risolvono il paradosso di cui si parlava all’inizio. Anche Meta fa corsi di educazione digitale con i genitori di minori, ma nel frattempo assume decine di esperti della mente per rendere le proprie piattaforme più attrattive possibili per i ragazzi. I social hanno limiti di età formali, anzi, raccomandano ai genitori di fare attenzione ma intanto hanno milioni di profili under 14 e di video realizzati da bambini di 6 o 7 anni… Questo è un sistema che non può continuare. © riproduzione riservata