Un mondo a parte quello del Baltico. E per giunta, anche una polveriera. I cui abitanti non si chiedono «se» i russi li attaccheranno, ma solo «quando». Prima è toccato all’Ucraina, poi a loro. Armati fino ai denti, sono pronti a battersi per ogni centimetro del loro territorio. Questo è il quadro dipinto da Oliver Moody, corrispondente del Times di Londra da quelle zone: Baltico. Il mare conteso al centro del nostro futuro, Marsilio, 2025. Frutto della migliore scuola giornalistica britannica, il libro è elegante e brillante nella scrittura, ricco di fonti, e dotato di profondità di analisi storica e geopolitica. Con una pecca, però. L’appunto che muovo all’autore è un eccesso di empatia verso coloro che sono stati così a lungo i suoi interlocutori. Comprensibile, certamente.
I Paesi baltici avrebbero tutti i diritti di odiarci. Li abbiamo creati noi col Trattato di Versailles del 1919 come parte del «cordone sanitario» che doveva tenere lontana la peste bolscevica, solo per scaricarli ai sovietici nel 1945.
E non è finita qui. Quando nel 1991 cominciarono a dichiarare spontaneamente la loro indipendenza allarmarono moltissimo tutte le cancellerie occidentali, preoccupate di non turbare l’idillio con Mikhail Gorbaciov. Eloquente questo messaggio di François Mitterrand a Helmut Kohl: «Non possiamo mettere a rischio tutto ciò che abbiamo conquistato solo per aiutare dei paesi che da quattrocento anni non hanno un’esistenza autonoma».
Eppure il miracolo è avvenuto perché i fatti hanno avuto il sopravvento coronando la straordinaria resilienza degli baltici. Che da allora sono stati trattati con ben altro riguardo, ottenendo sia la piena ammissione all’Ue che alla Nato. Oggi gli alleati si sono riscattati, testimoniando la loro solidarietà con l’invio di truppe e mezzi. L’autore vorrebbe che anche il resto degli europei facesse proprio lo spirito combattivo di questi guerrieri, dichiarandosi pronti a indossare l’elmetto. Credo che sia troppo.
Giustissimo il sostegno a Paesi che si trovano sulla linea del fronte con la Russia. Ma con cautela. I russi non hanno alcun interesse ad attaccare per la semplice ragione che sanno di perdere, salvo l’enorme rischio dell’escalation nucleare. In più le minoranze russe disseminate entro quei confini non servirebbero da quinta colonna o da pretesto perché apprezzano fino in fondo i benefici dell’appartenenza all’Ue.
Altra cosa, di sicuro molto sgradevole, è la strategia della tensione inscenata da Mosca per esercitare una pressione indiretta sul fronte ucraino, l’unico che le interessi davvero. Quando quindi a qualcuno viene in mente la strampalata idea di abbattere i jet russi che sconfinano nello spazio aereo della Nato, fanno bene gli americani a richiamare tutti all’ordine e alla prudenza, forti del 40% delle forze dell’alleanza che ancora rappresentano.
Un aneddoto aiuta a capire che Tallinn, la capitale dell’Estonia, non è Kiev. Il migliore generale dello zar al tempo delle guerre napoleoniche era Barclay de Tolly, un tedesco baltico. Ebbene, gli fu rifiutato il comando supremo perché inviso ai generali russi che avrebbero dovuto obbedire a uno «straniero».
La sua statua che si erge a San Pietroburgo non deve ingannare. L’Ucraina non è l’anticamera del Baltico perché le storie delle due realtà sono completamente diverse. Pertanto: calma e nervi saldi. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze