«Non è tutto oro quel che luccica». Così il titolo di uno studio che inquadra gli effetti contradditori delle operazioni di fusione e acquisizione tra banche (Cucinelli, Ielasi, Zambelli, BJM, 2024). La ricerca sottolinea la necessità di investigare modelli di crescita alternativi, capaci di preservare la biodiversità del sistema finanziario.
Se scorriamo la lista delle Global Systemically Important Banks troviamo una minoranza di banche europee, nessuna italiana. L’attuale imperativo della competitività richiama quindi processi di aggregazione capaci di creare intermediari di rilevanza sistemica, alla ricerca della massima solidità ed efficienza. Le attuali mosse del risiko bancario italiano rappresentano operazioni dai potenziali risultati brillanti, che luccicano agli occhi dei mercati e dei grandi investitori e che potranno creare valore per il sistema Paese. Ma quali impatti possiamo intravedere se passiamo da una visione sistemica a un’inquadratura zoomata sulla singola risparmiatrice, sull’investitore retail, su una specifica organizzazione?
A differenza dei grandi poli finanziari, gli attori della finanza etica, le banche di piccola dimensione, radicate nei territori, cooperative e popolari, hanno connaturati in sé obiettivi di inclusione e di tutela delle comunità locali, sono resilienti nel supporto finanziario a famiglie, pmi e Terzo settore. Quando parliamo di imprese sociali, di cooperative, di associazioni, di fondazioni ci riferiamo a realtà che producono valore economico, creano occupazione stabile e redistribuiscono ricchezza in modo equo. Ma parliamo anche di realtà che hanno bisogno di un partner finanziario che ne condivida i valori, che non si limiti ad applicare un algoritmo di intelligenza artificiale per valutarne il merito creditizio, ma che sia in grado di cogliere anche gli impatti ambientali e sociali che un prestito è in grado di generare.
Per tali motivi, se la creazione dei colossi del credito soffocherà le piccole banche cooperative e gli attori della finanza etica, si conteranno i danni, non solo quelli legati alla desertificazione bancaria e agli effetti anticoncorrenziali.
Le banche di minori dimensioni e di stampo valoriale svolgono infatti essenziali funzioni economiche e sociali.
Uno degli elementi cardine che distingue le grandi banche spa quotate e le banche etiche e cooperative è la destinazione dei profitti. Se questi sono distribuiti agli azionisti, occorre necessariamente fare i conti con le loro attese. Se i profitti, per statuto o normativa, sono invece destinati all’autofinanziamento e allo sviluppo delle attività proprie della banca, allora questa perseguirà la propria mission. La destinazione degli utili può fare la differenza tra ricerca del profitto whatever it takes e perseguimento di risultati sostenibili e responsabili, tra ottica di breve periodo e prospettiva di lungo termine.
Talvolta è oro quel che luccica, ma per non prendere abbagli e valutarne la caratura occorre verificare di quali metalli è composta la lega (non solo le finalità, la tipologia e la nazionalità della proprietà degli intermediari finanziari coinvolti, ma anche il benessere collettivo).
Il mio auspicio è che la ricerca della competitività in Europa non passi solo per la costruzione di un level playing field, ma si diriga più propriamente verso un level fair playing field e un’efficace proporzionalità della normativa, capace di preservare il pluralismo istituzionale e organizzativo del sistema bancario. (riproduzione riservata)
*vicepresidente di Banca Etica