Il dibattito parlamentare e pubblico sui risultati del negoziato sulla riforma del Patto di Stabilità e sulla non ratifica del Trattato emendato sul Mes ha fatto passare in secondo piano e affievolito le discussioni sulla politica monetaria della Bce e le relative prospettive per il nuovo anno. In queste ultime settimane si sono succedute dichiarazioni, spesso discordanti, dei vertici dell'istituto, con particolare riferimento alla possibilità di una riduzione dei tassi di interesse di riferimento nella prima parte del nuovo anno o successivamente.
Come sempre accade, le dichiarazioni della presidente Christine Lagarde sull'imminenza di una risalita, ancorché transitoria, dell'inflazione hanno finito con il provocare solo confusione e comunque si sono segnalate, ancora una volta, per la non appropriatezza degli annunci fatti in questo modo da parte del banchiere centrale. Con un'inflazione che in ogni caso nell’Eurozona comincia ad avvicinarsi al 2% ci sarebbe da attendersi ben altre considerazioni più calibrate e da esternare allorché è necessario, non sempre e comunque con l'immanente rischio di creare disorientamento o istradare verso percorsi che andrebbero evitati, innanzitutto in nome di una scelta più attenta dei tempi.
Lasciare chiaramente intendere che solo a giugno si potranno tagliare i tassi indica una prospettiva di inazione e soprattutto di predeterminazione di una funzione cruciale, quando all'opposto i vertici hanno deciso da tempo l'esclusione del ricorso alla forward guidance e optato per l'adozione di misure di volta in volta in base ai dati: insomma, un comportamento che contrasta con il ruolo di una banca centrale. In questo modo appare sempre più azzeccata l’evocazione del rischio, evidenziato con la forza della sua non comune competenza ed esperienza da Antonio Fazio, di un sistema monetario governato dai più forti - a cominciare dalla Germania - molto simile a un «rigido accordo di cambio», per di più con caratteri e difetti che gli accordi della specie ai loro tempi non avevano.
In questo quadro, per quanto l'autorevolezza del governatore Fabio Panetta sia stata finora importante nell'operare per raddrizzare le misure progettate dalla Bce, non può dipendere di certo solo da lui, come invece si scrive in alcuni commenti, un mutamento significativo dell'impostazione della politica monetaria che sia corente anche con il passo avanti, sia pure tra alcune insoddisfazioni, che è stato compiuto con la riforma del Patto di Stabilità. Ovviamente, è immaginabile che Panetta continuerà a fare la propria parte con la determinazione che lo contraddistingue e che è stata importante nel non aumentare i tassi a dicembre, ma ciò sicuramente non sarà esaustivo.
Si potrebbe ricordare altresì che una banca centrale non può essere sicuramente estranea a interventi - anche con le connessioni con la Vigilanza unica nel caso della Bce - in situazioni di crisi bancarie per le quali si è prevista l'istituzione del paracadute Mes non ratificato dall’Italia. Occorrerebbe che su questi temi si sviluppasse un dibattito quanto meno simile a quello in corso sul Mes e che si sostenesse l'esigenza di una vera revisione della politica monetaria, non quella che è stata fatta negli anni scorsi e che il «prima, il durante e il dopo» la crisi innescata dall'inflazione ha evidenziato come del tutto inadeguata. E una tale revisione andrebbe compiuta valutando i collegamenti con la funzione di Vigilanza. Non si può continuare a ripetere che il problema del debito dipende, sia pure in parte, dalla crescita e, poi, non affrontare il tema del ruolo che la politica monetaria può svolgere proprio nel sostegno della crescita. (riproduzione riservata)