Si prevede un 2025 ancora più brillante per l’oro che oggi, 2 ottobre, sale a 2.671 dollari all’oncia, restando a ridosso del massimo storico toccato lo scorso 26 settembre a 2.685 dollari l’oncia. Secondo Peter Kinsella, Global Head of Forex Strategy di Union Bancaire Privée (Ubp), il metallo potrebbe toccare i 2.800 dollari entro il primo semestre del 2025, mentre gli esperti di Goldman Sachs prezzano il rally a 2.900 dollari a inizio 2025.
La corsa del lingotto è sostenuta principalmente dall’avvio del ciclo di politica monetaria espansiva da parte di molte banche centrali sia nell’occidente sia in Asia. In particolare, dalla Federal Reserve, i mercati si aspettano «ulteriori 75 punti base in tagli entro dicembre», evidenzia Kinsella. «Anche diverse altre grandi banche centrali hanno iniziato a tagliare i tassi a settembre, il che significa che i tassi globali stanno ora scendendo; da un punto di vista dei fondamentali ciò è costruttivo per l'oro», spiega.
Le operazioni delle banche centrali influiscono sul prezzo dell’oro anche tramite l’acquisto diretto del metallo giallo. «Dall’inizio di giugno gli acquisti di oro da parte delle banche centrali sono diminuiti da 80 tonnellate al mese a circa 40 tonnellate», afferma Kinsella, sottolineando che «che il rapido aumento dei prezzi dell’oro le ha probabilmente dissuaso dall’aumentare ulteriormente le proprie riserve». Tuttavia, «il contesto generale rimane favorevole a ulteriori allocazioni delle banche centrali verso il metallo giallo - le tensioni geopolitiche e gli ampi deficit fiscali continueranno a spingere l’oro verso livelli più elevati», dice l’esperto.
Goldman Sachs, infatti, sottolinea che a luglio gli acquisti dell’oro sono ammontati a circa 730 tonnellate da inizio anno, pari a circa il 15% della produzione globale annua. La banca d’investimento evidenzia in particolare la banca centrale cinese che ha effettuato una «serie di acquisti per 18 mesi consecutivi dal novembre 2022». Si continua a registrare una forte domanda in Asia anche tra i consumatori, dice Kinsella, «probabilmente a causa della scarsità di alternative di risparmio e come bene rifugio per i risparmi denominati in yuan».
Oltre alla politica monetaria, l’analisi di Ubp evidenzia anche il ruolo del dollaro statunitense e il suo indebolimento nella spinta del metallo prezioso. La banconota verde «ha sottoperformato il più ampio movimento dei tassi d’interesse, il che significa che vi sono margini per una sua ulteriore riduzione nei prossimi mesi», spiega Kinsella. «Questo sarà costruttivo per l’oro, dato che è scambiato in dollari».
Per quanto riguarda la domanda retail, Kinsella nota che «nelle ultime settimane gli investitori hanno aumentato le loro allocazioni verso gli Etf incentrati sull’oro, ponendo fine a due anni consecutivi di deflussi». Le maggiori prospettive di crescita dell'oro e la sua attrattiva come asset sia per le istituzioni come le banche centrali sia per i consumatori retail si basano sulla sua relativa solidità a fronte dei rischi geopolitici, finanziari e di recessione. (riproduzione riservata)