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Perché l’intelligenza artificiale agentica rappresenta una nuova forma di potere
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Perché l’intelligenza artificiale agentica rappresenta una nuova forma di potere

di Marco Bacini*, Luigi Martino** e Oreste Pollicino***
17 ottobre 2025, 02:00

L’era dell’AI agentica segna il passaggio da strumenti generativi a sistemi autonomi che agiscono su mercati, sicurezza e geopolitica. Usa, Ue e Cina adottano modelli diversi tra innovazione, regolazione e controllo, mentre l’Europa deve conciliare autonomia tecnologica e tutela dei diritti

La stagione dell’intelligenza artificiale generativa, che aveva catturato l’immaginario collettivo e alimentato timori per il lavoro umano e la creatività, sembra già alle nostre spalle. La nuova fase è quella dell’intelligenza artificiale agentica, in cui i sistemi non si limitano più a produrre contenuti, ma imparano, decidono e agiscono in autonomia.

È una trasformazione profonda: l’AI smette di essere un semplice strumento e diventa un soggetto operativo capace di interagire con l’ambiente digitale e fisico, incidendo sui mercati, sulla sicurezza e sugli equilibri geopolitici. L’agente artificiale rappresenta infatti una nuova forma di potere. Non obbedisce a un comando, ma persegue obiettivi; non si limita a elaborare informazioni, ma le traduce in decisioni e strategie.

È qui che l’AI diventa un fattore determinante di competizione globale. La securitizzazione del digitale, già evidente con i modelli generativi, si intensifica: la tecnologia agentica entra a pieno titolo nelle politiche di difesa, nella diplomazia tecnologica, nella competizione normativa. Ogni grande potenza cerca di costruire un proprio ecosistema regolatorio e industriale per orientare il comportamento di questi nuovi attori.

Mercato e innovazione al centro della politica AI negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti prevale un approccio orientato alla libertà di impresa e alla supremazia dell’innovazione. La recente AI Action Strategy del 2025 conferma la scelta di una regolazione leggera e flessibile, incentrata sull’idea che la superiorità tecnologica garantisca anche sicurezza e potere geopolitico.

Gli agenti americani sono progettati per muoversi rapidamente, per colonizzare spazi digitali e mercati globali. È la proiezione tecnologica di una cultura che identifica l’autonomia dell’AI con quella del mercato, nella convinzione che la regolazione eccessiva rallenti l’evoluzione.

AI Act e AI Office: l’Ue punta a sovranità e trasparenza nell’intelligenza artificiale

L’Unione Europea ha scelto la via opposta, puntando sulla normazione preventiva e sulla tutela dei diritti fondamentali. L’AI Act, assieme alla nascita dell’AI Office, intende stabilire regole globali per garantire un uso trasparente e responsabile degli agenti artificiali. È una strategia che mira a trasformare la regolazione in una forma di sovranità, proiettando nel mondo il modello europeo di equilibrio tra innovazione e diritti.

Ma questa ambizione si accompagna a un rischio crescente: quello di frenare l’innovazione e di spingere talenti e capitali verso contesti più permissivi. Come ha ricordato Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività, l’Europa non può permettersi di essere un continente che regola senza innovare.

Tecnologia e autorità: il modello cinese nell’era degli agenti artificiali

La Cina invece integra diritto e politica in un unico progetto di potenza. L’agente artificiale è al tempo stesso strumento di controllo interno e veicolo di proiezione esterna. I sistemi agentici vengono impiegati per la sorveglianza, la gestione urbana e la guerra informativa. Le safe city realizzate da Huawei in capitali come Belgrado o Islamabad rappresentano la materializzazione di una strategia in cui l’AI è strumento di dominio informativo e penetrazione economica.

In questa visione, la distinzione tra uso civile e militare si dissolve, e la tecnologia diventa il principale moltiplicatore di potere dello Stato. La competizione tra modelli non è solo tecnologica, ma costituzionale. Gli Stati Uniti incarnano una libertà espansiva dell’innovazione; la Cina un’autorità che fa della tecnologia la propria estensione; l’Europa tenta di costruire una via fondata su principi, diritti e limiti.

In questo equilibrio fragile, il diritto costituzionale europeo deve ora ridefinire il proprio ruolo: garantire che l’autonomia dell’agente artificiale non travolga quella della persona, ma al tempo stesso evitare che la paura del rischio soffochi la capacità di creare.

Costituzionalismo e AI: conciliare innovazione e tutela dei diritti

Il costituzionalismo dell’era agentica non può ridursi a un sistema di divieti. Deve diventare una grammatica della responsabilità, capace di riconoscere la novità senza negarla. La vera sfida sarà conciliare innovazione e garanzia, evitando che la tutela dei diritti si trasformi in un freno che consegna ad altri la leadership tecnologica.

L’Europa può e deve mantenere la propria vocazione costituzionale, ma senza dimenticare che la libertà - anche quella di innovare - è essa stessa un diritto fondamentale. (riproduzione riservata)

*professore Lum e direttore

Master Intelligence

**professor of Cyber Security

and International Relations

***professore di Regolamentazione dell'AI

alla Bocconi e founder
di Pollicino Aidvisory



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