La stagione dell’intelligenza artificiale generativa, che aveva catturato l’immaginario collettivo e alimentato timori per il lavoro umano e la creatività, sembra già alle nostre spalle. La nuova fase è quella dell’intelligenza artificiale agentica, in cui i sistemi non si limitano più a produrre contenuti, ma imparano, decidono e agiscono in autonomia.
È una trasformazione profonda: l’AI smette di essere un semplice strumento e diventa un soggetto operativo capace di interagire con l’ambiente digitale e fisico, incidendo sui mercati, sulla sicurezza e sugli equilibri geopolitici. L’agente artificiale rappresenta infatti una nuova forma di potere. Non obbedisce a un comando, ma persegue obiettivi; non si limita a elaborare informazioni, ma le traduce in decisioni e strategie.
È qui che l’AI diventa un fattore determinante di competizione globale. La securitizzazione del digitale, già evidente con i modelli generativi, si intensifica: la tecnologia agentica entra a pieno titolo nelle politiche di difesa, nella diplomazia tecnologica, nella competizione normativa. Ogni grande potenza cerca di costruire un proprio ecosistema regolatorio e industriale per orientare il comportamento di questi nuovi attori.
Negli Stati Uniti prevale un approccio orientato alla libertà di impresa e alla supremazia dell’innovazione. La recente AI Action Strategy del 2025 conferma la scelta di una regolazione leggera e flessibile, incentrata sull’idea che la superiorità tecnologica garantisca anche sicurezza e potere geopolitico.
Gli agenti americani sono progettati per muoversi rapidamente, per colonizzare spazi digitali e mercati globali. È la proiezione tecnologica di una cultura che identifica l’autonomia dell’AI con quella del mercato, nella convinzione che la regolazione eccessiva rallenti l’evoluzione.
L’Unione Europea ha scelto la via opposta, puntando sulla normazione preventiva e sulla tutela dei diritti fondamentali. L’AI Act, assieme alla nascita dell’AI Office, intende stabilire regole globali per garantire un uso trasparente e responsabile degli agenti artificiali. È una strategia che mira a trasformare la regolazione in una forma di sovranità, proiettando nel mondo il modello europeo di equilibrio tra innovazione e diritti.
Ma questa ambizione si accompagna a un rischio crescente: quello di frenare l’innovazione e di spingere talenti e capitali verso contesti più permissivi. Come ha ricordato Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività, l’Europa non può permettersi di essere un continente che regola senza innovare.
La Cina invece integra diritto e politica in un unico progetto di potenza. L’agente artificiale è al tempo stesso strumento di controllo interno e veicolo di proiezione esterna. I sistemi agentici vengono impiegati per la sorveglianza, la gestione urbana e la guerra informativa. Le safe city realizzate da Huawei in capitali come Belgrado o Islamabad rappresentano la materializzazione di una strategia in cui l’AI è strumento di dominio informativo e penetrazione economica.
In questa visione, la distinzione tra uso civile e militare si dissolve, e la tecnologia diventa il principale moltiplicatore di potere dello Stato. La competizione tra modelli non è solo tecnologica, ma costituzionale. Gli Stati Uniti incarnano una libertà espansiva dell’innovazione; la Cina un’autorità che fa della tecnologia la propria estensione; l’Europa tenta di costruire una via fondata su principi, diritti e limiti.
In questo equilibrio fragile, il diritto costituzionale europeo deve ora ridefinire il proprio ruolo: garantire che l’autonomia dell’agente artificiale non travolga quella della persona, ma al tempo stesso evitare che la paura del rischio soffochi la capacità di creare.
Il costituzionalismo dell’era agentica non può ridursi a un sistema di divieti. Deve diventare una grammatica della responsabilità, capace di riconoscere la novità senza negarla. La vera sfida sarà conciliare innovazione e garanzia, evitando che la tutela dei diritti si trasformi in un freno che consegna ad altri la leadership tecnologica.
L’Europa può e deve mantenere la propria vocazione costituzionale, ma senza dimenticare che la libertà - anche quella di innovare - è essa stessa un diritto fondamentale. (riproduzione riservata)
*professore Lum e direttore
Master Intelligence
**professor of Cyber Security
and International Relations
***professore di Regolamentazione dell'AI
alla Bocconi e founder
di Pollicino Aidvisory