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Elon Musk contro l'Ue
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Usa-Ue, cosa c’è dietro gli attacchi di Trump e Musk e perché i numeri e i grandi fondi danno ragione a Bruxelles

08 dicembre 2025, 11:06 Ultimo aggiornamento: 18:18

Il ceo di Tesla si scaglia contro il blocco dopo la multa da 120 milioni al suo social X. E riceve l’appoggio della Casa Bianca. Ma l’Europa è davvero così decadente? L'alta finanza la pensa diversamente

Elon Musk, non certo incline alle mezze misure, ha chiesto l’abolizione dell’Unione Europea dopo che il blocco ha multato la sua società di social media X per 120 milioni di euro, citando spunte blu «ingannevoli» e poca trasparenza del suo archivio pubblicitario.

La risposta del miliardario ceo di Tesla alla sanzione non si è fatta attendere. «L’Ue dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli Paesi, in modo che i governi possano rappresentare meglio i propri cittadini», ha affermato in un post su X, arrivando perfino a sostenere che l’Europa è «il Quarto Reich», e per questo deve scomparire.

L’appoggio della Casa Bianca e di Trump

I commenti di Musk hanno ricevuto l’appoggio del governo Usa. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha definito la multa un «attacco a tutte le piattaforme tecnologiche americane e al popolo americano da parte di governi stranieri». Mentre l’ambasciatore Usa presso l’Ue, Andrew Puzder, ha osservato che la mula da 120 milioni «è il risultato dell’eccesso di regolamentazione dell’Ue nei confronti dell’innovazione americana».

D’altronde, anche il presidente Usa Donald Trump non è andato per il sottile: l’ampio documento di Washington che delinea la strategia di sicurezza nazionale americana nei confronti del Vecchio continente, di cui l’inquilino della Casa Bianca ha firmato l’introduzione, sostiene che l’Ue andrà incontro alla «cancellazione della civiltà» entro i prossimi due decenni, come risultato della migrazione e dell’integrazione. Il documento invita gli Stati Uniti a «coltivare la resistenza» che sta nascendo all’interno del continente (cioè i partiti e movimenti sovranisti) contro «l’attuale traiettoria dell’Europa».

Il treno dell’innovazione mancato

Insomma, il messaggio è chiaro: per la politica americana l'Unione Europea è un pachiderma regolamentare, che nel nome della tutela dei consumatori e dei cittadini (oltre che di politiche di integrazione troppo permissive) mette le briglie a qualsiasi forma di innovazione e, di riflesso, di crescita economica. Un re senza corona che sopravvive solo grazie alla benevolenza – militare oltre che economica – dell’alleato americano. 

Sicuramente su un punto i funzionari americani hanno ragione: l’Europa ha mancato il grande treno della rivoluzione tecnologica iniziato nell’era di Internet e in corso ancora oggi grazie all’intelligenza artificiale. Il messaggio di Musk e Rubio è proprio questo: l’Ue è totalmente dipendente dalla tecnologia Usa, ma si «permette» di sanzionarla per «attaccare il popolo americano».

Nonostante l’Unione Europea pesi per circa il 18% del pil mondiale (grossomodo come la Cina) è quasi inconsistente nei grandi indici di borsa internazionale, dove la tecnologia – specie americana – pesa per circa un terzo del totale. Nell’indice Msci World dei mercati sviluppati, dove gli Usa pesano per oltre il 70%, il primo Paese Ue è la Francia, quinta con un misero 2,6%. Per trovare una società quotata europea nella graduatoria delle large cap globali bisogna scendere fino alla posizione 23 del ranking, dove l’olandese Asml (che si occupa di chip) capitalizza circa 420 miliardi di dollari. 

Il vento sta cambiando

Nonostante l’assenza (in parte colpevole) dai grandi trend globali, l’Europa oggi si candida però a vero e proprio outsider per il 2026. I dati macro iniziano a dare dei segnali incoraggianti: a cominciare dalla produzione industriale tedesca di ottobre, cresciuta dell’1,8% (stracciando le stime, che dicevano +0,4%). È presto per cantare vittoria, certo: anche perché i settori che tradizionalmente hanno trainato la locomotiva d’Europa, come l’auto, versano in una crisi dalla quale sarà difficile riprendersi. Ma è comunque un segnale.

Così come sono segnali incoraggianti quelli provenienti dalla ex periferia del continente: Italia e Spagna, i cui conti pubblici sono sempre più solidi e apprezzati da investitori e agenzie di rating. Prova ne sono gli spread: quello tra Italia e Germania è sceso sotto i 70 punti base, quello della Spagna è da tempo sotto i 50 punti. Meglio della Francia, che rappresenta invece oggi il vero punto debole del blocco.

I grandi fondi preparano la campagna d’Europa

In questo contesto, mentre la Casa Bianca e Musk condannano l’Ue e ne auspicano la dissoluzione, i grandi fondi d’investimento internazionali preparano la campagna d’Europa. Nei loro outlook per il 2026 i colossi del risparmio gestito mondiale, da Amundi a Invesco, da Jp Morgan Am e BlackRock (seppure, quest’ultima, in maniera subalterna rispetto alla tecnologia Usa) riservano un posto speciale alle borse del Vecchio continente.

La ragione principale? Alla luce di fondamentali di bilancio incoraggianti e utili attesi in crescita, nonché dei grandi piani fiscali e per le infrastrutture già varati, le valutazioni restano storicamente basse. Basti pensare che l’indice Msci Europe, che comprende anche listini extra-Ue come Londra e Zurigo, tratta attualmente a meno di 15 volte gli utili attesi tra 12 mesi, contro le oltre 20 dell’Msci World delle azioni globali dei mercati sviluppati e le quasi 23 dell’indice Msci Usa (rappresentativo dell’85% della capitalizzazione di mercato degli Stati Uniti). Un punto di ingresso a sconto per ri-scoprire un continente che, seppur con le sue complessità, non sembra certo in crisi irreversibile. (riproduzione riservata)



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