Non solo Blackrock, il più grande asset manager «tradizionale», con oltre 11.000 miliardi di dollari di masse in gestione (Aum), con le sue recenti acquisizioni di private credit, infrastrutture e data provider (Preqin) ha indicato il suo interesse a espandersi nei private market e con un’offerta indirizzata ai clienti individuali più facoltosi, negli Stati Uniti e in Europa.
Ma anche Blackstone, il più grande asset manager alternativo, con oltre 1.100 miliardi di dollari di masse gestite tra private equity, credit ed asset reali, ha confermato il proprio intento strategico ad estendere la propria raccolta di capitale retail attraverso partnership bancarie, valorizzando i recenti sviluppi normativi (Eltif - European Long Term Investment Funds - per la Ue; Ltafs - Long Term Asset Funds - per la Gran Bretagna; per gli Stati Uniti si discute di una possibile estensione di tale asset class per i fondi pensionistici ex 401K).
L’opportunità è enorme. Per gli Stati Uniti i risparmi investibili ex 401K (circa 12-13.000 miliardi di dollari) possono a oggi accedere alle sole 4.000 aziende quotate, non potendo investire nei 25 milioni di aziende private da cui ci si attende crescite più elevate.
Per l’Italia non più del 2-3% dei 5.600 miliardi di euro dei risparmi delle famiglie Italiane è oggi investita in private market, con il rimanente 97-98% che non può accedere ad investimenti in aziende e asset reali privati che rappresentano circa il 97-98% dell’universo investibile del Paese, date le modeste dimensioni di Borsa Italiana.
Nonostante i recenti sviluppi normativi di cui sopra, a livello europeo appena 2,4 miliardi di asset risultano investiti in Eltif. Cosa vincola dunque l’ovvia opportunità per gli asset manager tradizionali e alternativi, e soprattutto per i risparmiatori di tutte le taglie, che potrebbero ottenere dai private markets rendimenti attesi molto più elevati (Irr del 15% negli ultimi due decenni, rispetto al 7-8% dei mercati borsistici, secondo Cambridge Associates), decorrelati rispetto alle altre attività finanziarie «liquide» e con maggiore capacità di difesa del potere d’acquisto in periodi di elevata inflazione?
Certamente la scarsa educazione finanziaria dei risparmiatori, spesso accoppiata alla limitata conoscenza dei loro consulenti finanziari circa le offerte relative a questa asset class, contribuisce a limitare l’indirizzo di questa opportunità. Tuttavia, il principale vincolo alla democratizzazione dei private market è dato dalla loro illiquidità e conseguente necessità di gestirne orizzonti d’investimento di più lungo periodo.
I fondi secondari, attivi nell’acquisire (a sconto, in media un 10-15% a livello globale, ma con ampie varianze) quote di fondi già investiti, o a co-investire in continuation fund (definendo un prezzo di mercato credibile e indipendente), contribuiscono già oggi a creare finestre di liquidità di particolare interesse per gli investitori istituzionali e retail. A livello globale, circa il 4% delle monetizzazioni degli investitori in private market è avvenuto nel 2023 tramite fondi secondari, con forte crescita negli Stati Uniti (7-8%), ma con un peso ancora limitato in Italia.
Il loro sviluppo rappresenta un’opportunità trasformativa per i private market, potendo limitare il costo opportunità associato alla loro illiquidità, offrire un’esposizione diversificata rispetto al profilo rischio/rendimento dei singoli fondi (attraverso l’investimento diretto negli stessi fondi secondaristi, che godono di periodi di monetizzazione più brevi e con minore volatilità dei rendimenti, data la maggiore maturazione e visibilità delle performance economiche e finanziarie delle portfolio company) e con gestione più dinamica e proattiva nel tempo.
In sintesi, i fondi secondari possono offrire ai risparmiatori Italiani una più semplice e sicura esposizione agli investimenti in private market, favorendone l’avvicinamento, l’interesse e la progressiva realizzazione dei benefici di valore attesi.
Lo sviluppo di un mercato secondario per i private market rappresenta per questo motivi anche una grande opportunità per il Paese che oggi necessità di capitale proprio (equitization) per garantirsi un futuro di competitività, innovazione e indipendenza e - necessariamente - con il coinvolgimento diretto dei risparmiatori privati (democratization). A riduzione del gap di ricchezza e benessere che, oltre agli obiettivi già ricordati, dovrà anche supportare un’inclusività sociale e una sostenibilità intergenerazionale - colmando i gap del sistema pensionistico misto, pubblico e privato, attuale. (riproduzione riservata)
*senior partner, private equity & real assets leader, Deloitte
**associate manager, Deloitte