Arriva l’ok definitivo al nuovo Patto di Stabilità e Crescita, che ora può entrare in vigore. Dopo l’approvazione a Strasburgo da parte del Parlamento Europeo il 23 aprile, anche il Consiglio Ue Agricoltura in Lussemburgo ha dato il via libera al testo che punta a far coesistere rigore nei conti pubblici e investimenti mirati alla crescita. Queste regole impediscono il ritorno in vita delle precedenti, ritenute inapplicabili a causa della loro eccessiva rigidità visto che prevedevano un aggiustamento di 1/20 annuo della soglia di debito al di sopra del 60%.
Tutti e tre gli atti legislativi che compongono il pacchetto sono stati adottati senza discussione: si tratta del regolamento che istituisce il braccio preventivo del Patto, di quello che modifica il braccio correttivo e della direttiva che muta i requisiti per i quadri di bilancio degli Stati membri.
Il patto è stato confermato all’unanimità tranne in un caso: il Belgio, presidente di turno dell’Ue, si è astenuto sul regolamento sul coordinamento efficace delle politiche economiche e alla sorveglianza di bilancio multilaterale, testo che non richiedeva l’unanimità.
Col nuovo Patto la Commissione avrà il potere di presentare una «traiettoria di riferimento», basata sulla spesa netta, che indicherà come riportare il debito su un percorso discendente. Gli Stati con un debito pubblico oltre il 60% del pil o con un deficit sopra il 3% del pil dovranno tenerne conto quando presenteranno i piani strutturali nazionali di bilancio a medio termine, che dovranno arrivare entro il 20 settembre e avranno una durata di quattro anni.
L’accordo prevede che gli Stati con un debito superiore al 90% del pil dovranno abbassare il passivo in media dell’1% all’anno, mentre la riduzione sarà dello 0,5% se l’indebitamento è tra il 60% e il 90% del pil. Il testo contiene anche due clausole di salvaguardia. La prima è sulla sostenibilità del debito e serve a garantire l’applicazione della riduzione minima dei livelli di indebitamento (l’1% e lo 0,5%). La seconda è sul deficit e impone di creare un margine di sicurezza: in pratica il deficit dovrà raggiungere l’1,5% per fronteggiare eventuali imprevisti economici.
Sulla seconda clausola si era creato un forte dibattito. In cambio del suo inserimento i Paesi più rigorosi sui conti pubblici hanno concesso agli Stati più indebitati una maggiore flessibilità. Ecco perché la quota di cofinanziamento nazionale dei programmi pagati dall’Ue sarà esclusa dalla spesa del governo, creando maggiori incentivi agli investimenti. Inoltre, la Commissione dovrà tenere conto delle somme già approvate.
Infine, gli Stati membri potranno chiedere una proroga del periodo di aggiustamento di bilancio (quattro anni) fino a un massimo di sette anni, ma solo se realizzeranno alcune riforme in settori chiave, come la transizione ecologica e digitale, la sicurezza energetica o la difesa. In questo modo, spera l’Unione, verrà incoraggiata una crescita sostenibile senza creare disordine nei conti pubblici. (riproduzione riservata)