Il criterio dell’inutilità. Si potrebbe sintetizzare così l’orientamento che il governo ha intenzione di adottare per fare pulizie tra le partecipazioni pubbliche e che ha già permesso al Mef di mettere nel mirino oltre 800 enti.
Nel Documento di Finanza Pubblica 2025, trasmesso alle Camere lo scorso 10 aprile, il governo ha messo per iscritto che è in corso «un’attività di approfondimento volta a verificare la coerenza del sistema di regolazione rispetto all’obiettivo di dismettere le partecipazioni non funzionali alle finalità istituzionali degli enti pubblici». Il tutto, ovviamente, «senza pregiudicare l’operatività delle società che svolgono effettivamente servizi di interesse pubblico».
Si tratta, in buona sostanza, di un passaggio ulteriore al processo di razionalizzazione già avviato dal Testo Unico sulle Società a Partecipazione Pubblica (Tusp) che finora si è concentrato principalmente sugli aspetti economici e gestionali delle partecipate. Il nuovo obiettivo, si legge nel Dfp, è valutare la compatibilità tra le partecipazioni e la missione dell’ente pubblico, «alla luce degli esiti del monitoraggio condotto sulle deliberazioni adottate dagli enti nel 2023».
E il rapporto annuale sulle partecipazioni statali (pubblicato a febbraio 2025) segnala che nel corso del 2023 sono stati approvati 803 atti di razionalizzazione, in crescita dell’8,6% rispetto ai 739 all’anno precedente. Gli atti sono delibere con cui Regioni, Comuni, enti sanitari e altri soggetti pubblici hanno scelto di dismettere, fondere, liquidare o trasformare partecipazioni considerate non più coerenti con la missione dell’ente.
Ma l’incremento non è sufficiente, almeno secondo il Mef. Anche a fronte di un sistema ancora gravato da inefficienze strutturali e società improduttive. Delle 40 mila partecipazioni censite (riconducibili a poco meno di 5 mila società) il 13% è in liquidazione e quasi una su quattro lo è da oltre 10 anni. Inoltre, un ulteriore 6% è coinvolto in procedure concorsuali (quindi di fatto improduttivo o bloccato).
Ma non finisce qui. Nell’analisi di conformità generale, effettuata su 24.305 enti, è emerso che delle 9 mila partecipazioni che non rispettano i criteri del Tusp, la pubblica amministrazione ha espresso la «volontà di mantenimento per il 76,37% (6.926 partecipate), nonostante l’obbligo di razionalizzazione disposto dal Tusp», si legge nel rapporto.
Così il ministero dell’Economia e delle Finanze è corso ai ripari inserendo nel Dfp una nuova strategia di «coerenza istituzionale». Il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti ha quindi avviato una valutazione più qualitativa dell’assetto delle partecipazioni che tiene conto non solo della sostenibilità finanziaria ma anche della funzionalità rispetto ai compiti istituzionali.
L’obiettivo primario resta quello di adottare, entro il quarto trimestre del 2027, misure idonee a garantire l’attuazione delle linee giuridiche del Tusp. Ma a fronte della reiterata difficoltà nel dismettere le partecipazioni e di un debito che ha sfondato la soglia dei 3 mila miliardi, il governo Meloni ha trovato un altro modo per alleggerire i conti pubblici. (riproduzione riservata)