La guerra ferma anche la corsa dell’oro. Se sia solo una pausa o un rallentamento strutturale è tutto da vedere, ma il metallo giallo sembra pagare l’escalation in Medio Oriente. Nell’ultima settimana - la quarta consecutiva di ribasso - il prezzo è sceso di oltre il 15% e su base mensile il calo è di quasi il 20%. Con un tonfo di oltre il 10% solo nella mattina del 23 marzo.
Il prezzo spot è sceso fino a 4.152 dollari l’oncia, con una riduzione del 10,6%, toccando il minimo da quattro mesi prima di riprendere in parte quota. Rispetto al massimo storico in area 5.600 dollari, toccato a inizio 2026, il calo è di circa il 25%.
Nel 2025 il prezzo dell'oro è aumentato di quasi il 70%, polverizzando un record dopo l’altro. «Dopo un anno molto positivo non ci sorprenderebbe assistere a un periodo di consolidamento nel 2026, con un intervallo di oscillazione compreso tra circa 4.500 e 5.500 dollari che appare ragionevole», osserva Imaru Casanova, portfolio manager, Oro e metalli preziosi di VanEck. «A questi livelli di prezzo gli investitori dovrebbero aspettarsi una maggiore volatilità, dal momento che i mercati assorbono i continui sviluppi geopolitici e l’incertezza macroeconomica».
Se, dunque, da un lato si tratterebbe della fisiologica volatilità di un asset che è cresciuto molto in poco tempo, dall’altra l’escalation in Medio Oriente starebbe mettendo pressione alle quotazioni anziché sostenerle, come invece sarebbe lecito aspettarsi.
«L’inversione di tendenza deriva da tre fattori. Il primo è che l’aumento del petrolio viene interpretato come una minaccia inflazionistica e questo modifica il quadro di riferimento della Federal Reserve», spiega Daniel Marburger, ceo di StoneX Bullion. «Il secondo elemento riguarda il dollaro. Gli shock petroliferi tendono a rafforzare il dollaro come valuta di riserva globale e, di conseguenza, il prezzo dell’oro cala. Il terzo fattore ha a che vedere con meccanismi istituzionali. Quando il dollaro si rafforza in fasi di tensione geopolitica, l’oro viene venduto perché è liquido e quello che serve agli operatori è proprio liquidità immediata».
Tuttavia, la guerra in Iran e gli shock energetici annessi potrebbero alimentare l’inflazione e spingere le banche centrali a tenere i tassi di interesse alti più a lungo. Uno scenario di questo tipo potrebbe sostenere i prezzi dell'oro.
«Il fattore chiave rimane rappresentato dai tassi reali (dati dalla differenza tra i tassi ufficiali e l’inflazione, ndr): se l’inflazione dovesse rivelarsi persistente e spingere al ribasso i tassi reali, ciò costituirebbe un sostegno per l'oro», aggiunge Casanova. «In tale contesto i ribassi potrebbero attrarre sia la domanda fisica - sensibile al prezzo - sia gli investitori a più lungo termine. L’oro ha costantemente dimostrato il proprio ruolo di rifugio e i periodi di debolezza potrebbero rafforzare, anziché indebolire, le ragioni a favore di un’allocazione strategica».
Inoltre, «i fattori alla base della crescita di lungo termine dell’oro rimangono validi», aggiunge Benjamin Louvet, head of commodities di Ofi Invest Am. «L’oro dovrebbe riprendere il trend rialzista grazie al contesto geopolitico altamente instabile e al calo di fiducia negli Stati Uniti».
L’oro non è però l’unico metallo prezioso a registrare una flessione significativa. Anche l’argento - che lo scorso anno ha messo a segno un record di quasi il 150% - è in netto calo con perdite di oltre l’8% sul mercato spot e più dell’11% sui contratti future, che portano il prezzo sui minimi da inizio 2026. Le vendite si estendono poi agli altri metalli, tutti reduci da un 2025 di forti rialzi: il platino (+125% nel 2025) cede oltre il 10% e il palladio quasi il 7%. (riproduzione riservata)