Un triangolo di circa 10 chilometri di perimetro, appena varcato il confine italo-svizzero. Da questa area, nella parte meridionale del Canton Ticino, escono i lingotti d’oro che finiscono nei caveau di molte banche, banche centrali e trader di metalli. Qui si trovano, a un tiro di schioppo l’una dall’altra, tre delle principali raffinerie di metalli preziosi a livello globale: Valcambi (con sede a Balerna), Mks Pamp (Castel San Pietro) e Argor-Heraeus (Mendrisio). Completano il quadro altre due società nella svizzera occidentale: Metalor (Neuchâtel) e Px Precinox (La Chaux-de-Fonds).
In questo hub nei mesi passati si è lavorato a ritmi serrati per soddisfare la fame di lingotti degli investitori. Al punto che Argor-Heraeus, contattata da MF-Milano Finanza al pari delle altre due raffinerie della svizzera italofona, ha fatto sapere di essere «fortemente impegnata su più attività» e di non poter rispondere in questo momento.
Le stime sul peso effettivo del distretto elvetico variano, ma tutte sono concordi nel dire che una quota rilevante dell’oro estratto nel mondo passa dalla Svizzera. Da sola la confederazione importa circa 2.400 tonnellate di oro fino all’anno ed esporta metallo giallo per un valore di 130 miliardi di franchi, stando ai dati dell’Associazione svizzera metalli preziosi relativi al 2024.
«Spesso l’oro arriva direttamente dai clienti, soprattutto banche e banche centrali ma anche trader, che ce lo inviano per convertirlo in un formato preciso: kilo bar (barre da un chilo, ndr) per il mercato statunitense, barre Good Delivery (da circa 12 chili e mezzo, ndr) secondo gli standard della London Bullion Market Association o altri ancora», racconta Simone Knobloch, chief operating officer di Valcambi. «In alternativa prendiamo il metallo dalle miniere, ma abbiamo una blacklist di Paesi da cui non accettiamo materiale per questioni di trasparenza. Tra questi ci sono ad esempio la Russia e la Bielorussia, oppure il Venezuela. Dall’Africa invece diamo il via libera solo agli acquisti diretti, senza intermediari».
Una volta arrivato, il metallo viene controllato scrupolosamente e poi trasferito nel reparto produzione. Qui una serie di trattamenti con solventi dividono i componenti e permettono di ottenere materie prime al giusto grado di purezza. La fase successiva è la fusione in forni impostati a 1.200 gradi per l’oro e a oltre 960 gradi per l’argento. Dopodiché, il metallo fuso cola in stampi di varie forme e dimensioni, per poi essere raffreddato, pesato, lavato e asciugato. Infine, i lingotti vengono coniati e l’autenticità di tutti i prodotti è certificata da un team di saggiatori giurati.

L’intero processo è altamente automatizzato. La fabbrica di Valcambi, dove questo giornale è entrato, ha una capacità di raffinazione massima di 2.000 tonnellate all’anno e impiega meno di 200 dipendenti. «Abbiamo introdotto diverse innovazioni a livello di tecnologia e robotica per poter aumentare in fretta la produzione nei periodi di forte domanda. Di norma lavoriamo più o meno a metà regime, ma quando serve possiamo salire fino a 2.000 tonnellate», spiega Knobloch. «In più, dobbiamo ridurre il più possibile i tempi. In alcuni casi il metallo arriva la mattina ed esce già nel pomeriggio. Questo perché, quando rimane sotto la nostra custodia, deve essere finanziato e con i prezzi attuali, a parità di linee di credito attive con le banche, possiamo coprire una quantità molto inferiore rispetto al passato».

Le quotazioni dell’oro arrivano, infatti, da mesi di rally. Il massimo storico al momento restano i quasi 5.600 dollari l’oncia di fine gennaio (prezzo spot). Nelle ultime settimane i prezzi si sono in parte raffreddati, ma sono rimasti a cavallo dei 5.000 dollari l’oncia. Un salasso se si confronta questo dato con i livelli di cinque anni fa: nel febbraio 2021 il metallo giallo si pagava meno di 1.800 dollari l’oncia. In un quinquennio, dunque, il costo è triplicato, con un valore più che raddoppiato solo negli ultimi 12 mesi. E non è detto che il lingotto si fermerà: per Deutsche Bank il target è di 6.000 dollari nel 2026, mentre Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno fissato l’asticella rispettivamente a 5.400 e 5.700 dollari per quest’anno.
Il metallo giallo è sostenuto da una domanda molto forte in tutto il mondo. «Per noi i mercati principali sono le Americhe e l’Europa», aggiunge Knobloch. Ma non l’Italia. «Nonostante la vicinanza geografica, l’Italia è uno sbocco marginale. Storicamente è stata un grande polo, soprattutto per la gioielleria, tra gli anni Sessanta e Ottanta, e questo in parte spiega la presenza di tre raffinerie a così poca distanza dal confine. Ma non è un hub rilevante per l’oro da investimento a livello globale».
Al termine del processo di raffinazione e dei controlli di sicurezza, barre e lingotti sono spediti ai clienti, che li custodiscono nei loro caveau o in depositi messi a disposizione da piattaforme di trading. È il caso, ad esempio, di Gold Avenue (gruppo Mks Pamp), fintech con sede a Ginevra e specializzata proprio nella compravendita di metalli preziosi sia per investitori istituzionali sia retail.
Al momento Gold Avenue conta circa 190 mila utenti registrati, più di 45 mila operazioni effettuate nel 2024 e 650 milioni di euro in custodia per conto dei clienti, un terzo dei quali italiani. La piattaforma ha beneficiato del boom della domanda di oro, che ha fatto esplodere le transazioni.
A gennaio 2026 - sono i dati forniti da Gold Avenue a MF-Milano Finanza - la domanda è cresciuta di oltre il 700% su base annuale e il numero di nuovi clienti è quadruplicato. L’aumento delle richieste è stato forte soprattutto da Paesi come Italia, Francia e Germania e il valore medio degli ordini è quasi raddoppiato.
L’interesse per oro e argento (a sua volta reduce da un anno record) non si è sgonfiato nemmeno quando, dopo aver ritoccato i massimi storici, i due metalli hanno affrontato una fase di volatilità con correzioni giornaliere anche profonde. «Abbiamo assistito a un aumento degli investitori che hanno venduto per ritirare i profitti dopo che l’oro ha raggiunto livelli record, il che ha aumentato la pressione sul prezzo», osserva Nicolas Cracco, amministratore delegato di Gold Avenue. «Ma è importante anche ciò che stiamo monitorando ora: con il calo dei prezzi l’interesse sta crescendo di nuovo. Sempre più investitori cercano di acquistare sul ribasso, il che dimostra che il sentiment rimane positivo». (riproduzione riservata)