Alla fine la Fed si è dovuta arrendere all’evidenza: a dare la spallata decisiva alle resistenze opposte finora al taglio dei tassi sono stati gli aggiustamenti del numero dei nuovi occupati nel periodo marzo 2024-marzo 2025, nettamente inferiore rispetto alle stime ufficiali.
L’occupazione americana non era affatto cresciuta come si diceva: ha sorpreso la pesantissima revisione al ribasso dei posti di lavoro creati negli ultimi dieci mesi dell’Amministrazione Joe Biden e nei primi due della presidenza di Donald Trump: ben 880 mila nuovi occupati in meno nel settore privato e di 31 mila in meno nel settore pubblico rispetto a quanto comunicato in precedenza dal Bureau of Labor Statistics.
Aveva avuto dunque ragione Trump a lamentarsi per aver ricevuto in eredità da Biden un’economia assai meno smagliante di quanto si favoleggiava. È per questo che la Fed ha rotto gli indugi abbassando dopo un anno di stasi il tasso sui Federal Funds di un quarto di punto all’intervallo 4-4,25%. È stato deciso di evitare mosse troppo vistose come il taglio di mezzo punto richiesto da Stephen Miran, appena nominato da Trump nel board della Fed e rimasto isolato nel difendere questa opzione: il mercato avrebbe considerato questa mossa aggressiva come l’implicita ammissione di aver tardato.
Il taglio di un quarto di punto, seppure esiguo, apre la prospettiva a una lunga fase di allentamento della politica monetaria: un’ampia maggioranza del board ha già ritenuto appropriato scendere entro fine anno a un tasso compreso tra 3,5% e 4%. Come si specifica nel comunicato diffuso al termine della riunione, nel contesto odierno tenere i tassi a un livello troppo elevato avrebbe danneggiato la crescita dell’occupazione senza riuscire a riportare l’inflazione al livello desiderato. Quest’ultima infatti nell’anno in corso rimarrà inchiodata tra il 3% e il 3,1% e per il 2026 la media centrale delle stime è salita al 2,6% dal 2,4% previsto a giugno.
Mentre la crescita dell’occupazione si è infiacchita, rimangono sullo sfondo i rischi inflazionistici legati alle conseguenze dei dazi sulle importazioni, mentre sono limitati quelli derivanti dalla approvazione del One Big Beautiful Bill Act che rende permanenti molte delle misure fiscali già decise da Trump nel corso del suo primo mandato con il Tax Cuts and Jobs Act del 2017.
Il punto cruciale ora è rappresentato dagli effetti concreti che questa decisione della Fed avrà sul mercato creditizio, tenendo conto delle conseguenze feroci che sono derivate dalla stretta decisa da tempo per combattere l’inflazione, con il primo rialzo dai tassi a zero che risale alla metà del 2022 ed il livello massimo del 5,50% deciso nel luglio 2023: non solo il tasso sulle carte di credito è pressoché raddoppiato in un decennio, passando dal 12,04% del maggio 2015 al 21,15% del maggio scorso dopo aver toccato il picco del 21,76% nell’agosto 2024, ma ad agosto scorso il volume complessivo dei crediti al consumo ha infranto per la prima volta il tetto dei 1.100 miliardi di dollari aumentando di 250 miliardi di dollari in meno di quattro anni. Questa crescita esponenziale la dice lunga sull’indebitamento per necessità contingenti delle famiglie americane.
Sempre nell’agosto 2024 il tasso sui prestiti a 48 mesi per gli acquisti di auto era arrivato all’8,63%, livello che era stato superato solo alla vigila dello scoppio della bolla di Internet, con il 9,64% del novembre 2000.
La velocità con cui i tassi di interesse crescono, riflettendo la stretta monetaria, è sempre di gran lunga superiore a quella con cui discendono quando la si allenta: questo è l’andamento del mercato che interessa i cittadini americani e su cui Trump sarà particolarmente sensibile, continuando a tambureggiare con più o meno fragore sulla Fed, che per parte sua ha già deciso di continuare ad allentare a piccoli passi la morsa.
La risposta più immediata la daranno i tassi del mercato secondario sui titoli federali a due anni: si capirà se prevale la fiducia su una crescita economica sostenuta da un allentamento monetario o la preoccupazione per l’aumento del deficit federale, mentre rimane grande l’incognita del risanamento dei conti commerciali con l’estero per via dei troppi strappi sul versante dei dazi che rendono illeggibili le statistiche. A luglio scorso in un anno il deficit di beni e servizi degli Stati Uniti era aumentato di 154,3 miliardi (+30,9%): con le esportazioni aumentate di 103,1 miliardi (+5,5%), mentre le importazioni erano cresciute di 257,5 miliardi di dollari (10,9%): l’accumulazione delle scorte ha reso il quadro a dir poco nebuloso.
Si faticherà non poco dunque a capire se negli Usa le rotte delle politiche fiscale e monetaria, ora entrambe espansive, stanno convergendo verso una crescita stabile e finalmente equilibrata.
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