Il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi aveva messo le mani avanti in un’intervista al Corriere della Sera. «Non c’è nessun condono», garantiva. Era l’inizio di dicembre 2025 e il Consiglio dei ministri aveva appena approvato il Codice dell’edilizia e delle costruzioni. Un ennesimo disegno di legge delega ma del quale all’epoca non doveva esistere ancora un testo definito. Prova ne sia il fatto che il ddl firmato dal ministro Matteo Salvini e cofirmato dai ministri della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo e delle Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati è stato presentato alla Camera solo il 27 febbraio, quasi tre mesi dopo l’approvazione del governo. Nel frattempo tutti i tentativi di rivitalizzare il condono edilizio del 2003 sono evaporati. Prima nella manovra, poi nel Milleproroghe, sfociati in un innocuo ordine del giorno.
Ma bisogna leggerlo con attenzione, il testo. C’è scritto che, una volta approvato dal Parlamento, il governo avrà un anno per sfornare una selva di decreti necessaria a riordinare la materia. Il proposito dichiarato - la semplificazione - è roba da far tremare le vene ai polsi considerando il panorama sterminato di norme e regolamenti che alimentano un delirio burocratico senza capo né coda. Si tratta di una questione così complessa e tecnica che è perfino comprensibile venga affidata agli esperti.
Ma è doverosa una considerazione. Con la motivazione della complessità di certe materie la tecnica delle leggi delega trasferisce il potere legislativo dal Parlamento al governo. In passato è accaduto per argomenti più svariati, come pensioni e corruzione. Più recentemente per il fisco. Fino a sfiorare addirittura la Costituzione. Nella discussa riforma costituzionale della giustizia è stata introdotta una disposizione transitoria che cita testualmente: «Le leggi sul Consiglio Superiore della Magistratura, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare sono adeguate alle disposizioni della presente legge costituzionale entro un anno dalla data della sua entrata in vigore». E da chi verranno adeguate? Ma dal governo, naturalmente, con una serie di decreti già a quanto pare abbozzati. Che il Parlamento potrà solo bollinare.
Le leggi delega sono un altro importante strumento nel processo di ricorso ossessivo ai decreti legge, ai voti di fiducia e ai decreti attuativi delle leggi ordinarie. Un processo che sta progressivamente svuotando i poteri del Parlamento riducendoli a funzioni notarili di decisioni prese a Palazzo Chigi e nei ministeri.
Da questo punto di vista il fatto che il riordino dell’attività edilizia sia affidato a una legge delega può legittimamente sollevare perplessità. Che si confermano leggendo il testo. Sia chiaro: sul versante delle semplificazioni si manifestano intenzioni per certi aspetti condivisibili. Per esempio, il fatto che sia prevista «la presenza di un unico punto di accesso per il privato» dove presentare le domande e risolvere le faccende amministrative «riguardanti il titolo abitativo e l’intervento edilizio». Come pure l’affermazione del diritto a non vedersi richiedere dalla pubblica amministrazione documenti, informazioni e dati di cui la medesima amministrazione è già in possesso: anche se per la verità questo diritto sarebbe già stabilito per legge fin dal 1990.
Ma quello che può far drizzare le orecchie è la sfliza di norme che il governo dovrà emanare riguardanti le sanatorie. «Sanatoria» è una delle parole che più ricorrono nel testo della legge delega: 14 volte. Come punto di partenza, spetterà al governo stabilire «le difformità edilizie che in ragione della relativa natura ed entità, nonché dell’epoca di realizzazione dell’abuso, possono essere sanate». E via di questo passo.
Il termine «condono» naturalmente non compare. Ma la formulazione del capitolo in cui si parla delle sanatorie è così ampia e articolata da immaginare qualunque divagazione sul tema, a cominciare dalle sanzioni per arrivare al modo con cui approcciare gli abusi non sanabili. L’impressione è che si vada verso un ammorbidimento dell’approccio nei confronti delle irregolarità edilizie. Nella maggioranza (ma forse non solo) qualcuno magari si aspettava di più. Basta ricordare gli emendamenti per il rilancio del condono edilizio che il partito della premier Giorgia Meloni aveva presentato nell’ultima finanziaria. La verità è che il progetto non è mai tramontato. E periodicamente riemerge nelle vesti più diverse. Siamo di fronte a una di queste? Per saperlo si deve aspettare i famosi decreti delegati. Anche se sarà troppo tardi. (riproduzione riservata)