L’oro supera quota 5.100 dollari mentre le tensioni geopolitiche globali e i mercati azionari «surriscaldati» scatenano la corsa degli investitori ai beni rifugio. L’oro ha superato per la prima i 5.100 dollari l’oncia, proseguendo il rally alimentato dai timori per i rischi geopolitici in aumento (Medio Oriente, Ucraina, Iran, Venezuela e Groenlandia), per le politiche commerciali imprevedibili di Donald Trump e per la fuga degli investitori dai Treasury e dal dollaro. La debolezza del dollaro e i tassi d’interesse più bassi hanno accresciuto l’attrattiva dell’oro, mentre le banche centrali hanno aumentato in modo aggressivo gli acquisti di lingotti per rafforzare le loro riserve. L’indice del biglietto verde è sceso di quasi il 2% in sei sedute in scia alle speculazioni sul possibile supporto degli Stati Uniti al Giappone per rafforzare lo yen.
Fresco del suo miglior rendimento annuale dal 1979, quest’anno l’oro è già cresciuto di oltre il 17%, principalmente a causa del cosiddetto debasement trade, appunto la fuga degli investitori da valute e Treasury. D’altra parte nelle ultime settimane, le azioni dell’amministrazione Trump - gli attacchi all’indipendenza della Fed, le minacce di annessione della Groenlandia, l’intervento militare in Venezuela e sul fronte interno l’uccisione a Minneapolis da parte dell’Ice di Alex Pretti e di Renee Good con il rischio di una guerra civile - hanno ulteriormente spaventato i mercati. «L’oro è l’inverso della fiducia», spiega Max Belmont, gestore di First Eagle Investment Management. «È una copertura contro improvvisi picchi dell’inflazione, cali inaspettati dei mercati azionari o tensioni geopolitiche». Durante il fine settimana, Trump ha minacciato il Canada con tariffe del 100% su tutte le esportazioni verso gli Usa se Ottawa concluderà un accordo commerciale con la Cina, aumentando le tensioni bilaterali.
Proprio a causa delle tensioni globali in forte aumento la corsa dell’oro ora si è estesa ben oltre il lingotto. «Si è trasformato in un’impennata dei prezzi di tutti i metalli preziosi, di molti metalli di base e dei minerali delle terre rare», osserva Yardeni Research. «Tutto ciò sta accadendo perché le crescenti tensioni geopolitiche stanno alimentando una corsa agli armamenti militari (la spesa militare statunitense è stata aumentata da 906 miliardi di dollari quest’anno a 1,5 trilioni di dollari nel 2027, ndr) e le aziende della difesa hanno bisogno di metalli per aumentare la loro produzione». A questo aggiunge la spese legata all’intelligenza artificiale. Così i prezzi di stagno, argento, platino, palladio e oro hanno tutti sovraperformato il più ampio indice spot delle materie prime S&P Gsci finora quest’anno. In questo contesto, Yardeni ha mantenuto il suo outlook rialzista a lungo termine sull’oro, puntando ancora a 6.000 dollari entro la fine di quest’anno e a 10.000 dollari entro la fine del 2029. (riproduzione riservata)