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Novelli (Lemanik): Stati Uniti in recessione nel 2025 e oro a 5.000 dollari l’oncia in due anni

07 ottobre 2024, 10:07 Ultimo aggiornamento: 10:51

La traiettoria del debito pubblico, spiega Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, non può essere invertita senza procurare una recessione. In caso di crisi finanziaria la Fed sarà costretta ad avviare un altro Qe da 8/10 trilioni di dollari. E bisognerà decidere se salvare il dollaro, i Treasuries o la borsa

Negli Stati Uniti ci sono oltre 2 trilioni di eccesso di liquidità nel sistema rispetto alle normali situazioni storiche pre Covid (8% del pil). «Nonostante questo la Fed riduce i tassi e la spesa pubblica è rimasto l’unico driver di crescita post 2021. È abbastanza evidente che qualcosa non quadra», avverte Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, secondo il quale a questo punto inizia a serpeggiare il dubbio che le politiche economiche e monetarie degli Stati Uniti possano andare in rotta di collisione. Perché sostenere un’economia forte con politiche fiscali ultra espansive e nel contempo ridurre i tassi? «Chi crede nella narrazione che il sistema è solido inizierà a temere che tali politiche faranno ripartire l’inflazione, ma chi sa che il sistema è malato dubita che tali politiche possano modificare i fondamentali», continua Novelli.

La traiettoria del debito non può essere invertita senza procurare una recessione

È altamente probabile che dopo le elezioni statunitensi arriveranno i problemi. Infatti, il sistema è politicamente talmente polarizzato che nessun vincitore avrà la maggioranza necessaria per implementare riforme e politiche economiche risolutive. Il debito pubblico continuerà, dunque, a salire, mentre la Fed sarà costretta a ridurre i tassi per sostenere la narrazione del soft landing. La traiettoria del debito pubblico non può essere invertita senza procurare una recessione, ma l’economia non è nella condizione di reggere una recessione senza procurare devastanti conseguenze sul debito speculativo in circolazione, che ricordo sta al 45% del pil contro il 30% del 2007, con banche e shadow banking già ora in evidente difficoltà e tassi di insolvenza sul credito al consumo in netto rialzo nonostante la piena occupazione.

Occhio all’anomala debolezza del dollaro

«Per evitare la recessione devi, dunque, continuare a fare spesa pubblica, ma riducendo i tassi crei problemi al dollaro e ai flussi di capitale che finanziano il tuo debito e la leva speculativa costruita su 15 anni di Qe e tassi a zero. Il dollaro potrebbe, quindi, iniziare un ribasso significativo procurato dalle politiche fiscali e monetarie Usa (l’oro sale prevalentemente per questo scenario)», prevede Novelli, notando che una discesa del dollaro innescata da queste motivazioni è abbastanza simile alle condizioni storiche che hanno portato alle crisi di dollaro nel 1971 e nel 1986, accompagnate da fuga di capitali dagli asset americani, vendita di Treasury da parte dei grandi investitori globali e susseguente crisi dell’economia. Quello che sembra confermare tale scenario è l’anomala debolezza del dollaro nei confronti di euro e renmimbi, quando Cina ed Europa sono in grande difficoltà economica mentre l’economia Usa sembra solida. La Banca del Giappone ha iniziato a percepire la fragilità del sistema finanziario internazionale e ha dovuto fare retromarcia nelle intenzioni di far salire ancora i tassi. Ma nonostante la rinnovata debolezza di yen contro dollaro emersa da tale decisione il biglietto verde fatica a recuperare le recenti perdite.

Salvare il dollaro, i Treasuries o la borsa?

«Più passa il tempo e più ti accorgi che i costanti interventi di bail out giornalieri che sostengono la finanza americana creano problemi collaterali da tutte le parti e in particolare alla struttura portante del sistema: dollaro e treasuries. A un certo punto dovrai decidere se salvare il dollaro e salvare i Treasuries o salvare la borsa. Per salvare il dollaro devi implementare politiche fiscali sostenibili che, però, non sono sostenibili per Wall Street, oppure devi tenere i tassi alti per proteggere i tuoi finanziatori esteri da politiche fiscali sciagurate, ma anche questo non è sostenibile per Wall Street», indica Novelli.

Tutto quello che dovresti fare per fare ordine in casa non è sostenibile per Wall Street. Per quello che si può evincere dalla storia, gli Stati Uniti hanno preferito sempre evitare politiche fiscali restrittive e sono, quindi, stati poi sottoposti a pesanti crisi valutarie e finanziarie. «Credo che la tendenza in atto sull’oro stia preannunciando tali eventi, anche se tutti continuano ad essere prevalentemente concentrati su quello che fa la borsa, grazie alla poderosa macchina mediatica gestita dall’industria finanziaria, che serve appunto a nascondere i fondamentali sui cui è appoggiato il sistema», precisa Novelli, ritenendo che l’indice della borsa americana continui a rimanere un indicatore fuorviante del futuro che ci aspetta e serve appunto ad anestetizzare la percezione del rischio di sistema e la crisi di un economia che cresce solo con l’intervento pubblico.

Infatti, è evidente a tutti che gli attuali interventi di spesa pubblica per salvare l’economia dalla recessione non sono sostenibili, «ma se vuoi continuare a farli perché non hai alternative, porteranno a una inevitabile crisi sui Treasuries e sul dollaro, che sono i due principali strumenti di sostegno al debito estero americano. La storia ci insegna che, per avviare le riforme necessarie a risolvere problemi strutturali, è quasi sempre obbligatorio passare da una crisi che giustifichi tali interventi», nota ancora il gestore di Lemanik che, quindi, si attende una dinamica di accadimenti che possa seguire queste sequenze: le elezioni americane non modificheranno la traiettoria del debito pubblico, i mercati inizieranno a creare pressioni sui Treasuries e sul dollaro, tali pressioni inizieranno a contagiare i risky assets, ovvero borsa e credito.

Stati Uniti in recessione nel 2025

È altamente probabile una recessione nel 2025, anche se i dati macro che verranno pubblicati tenderanno a smussare la caduta del pil, come si sta facendo in Germania, in Cina e Regno Unito. Tuttavia, i consumi, i profitti delle società quotate e il mercato del lavoro evidenzieranno questo scenario, che sarà confermato anche da una inesorabile crescita delle insolvenze nel sistema a tutti i livelli, tendenza che è già in corso ora. L’aumento strutturale delle insolvenze di sistema impedirà una ripresa della circolazione del credito anche se i tassi scenderanno, poiché la propensione al rischio dei lenders rimarrà bassa a causa dei rischi di credito e per le attuali problematiche di bilancio di banche e shadow banking.

L’economia continuerà a dipendere esclusivamente dalle politiche fiscali che però diventeranno man mano sempre meno sostenibili. I tentativi di reflazionare l’economia non avranno un grande successo, dato che il moltiplicatore monetario e fiscale, in una economia infarcita di crediti a rischio e da alto debito, tende a perdere di efficacia (esattamente come è accaduto in Giappone nel 1990 e ora in Cina). Tali interventi avranno, dunque, effetti solo di breve termine ed eventuali rimbalzi del pil saranno seguiti da altrettante ricadute.

Oro a 5.000 dollari l’oncia in due anni

«La stagnazione conseguente a tale situazione tenderà a peggiorare e porterà i policy makers a intraprendere strategie inflazionistiche per svalutare il debito e rivalutare il pil nominale. Il dollaro, contrariamente alla view del consenso, è destinato a svalutare per sostenere politiche reflazionistiche globali. L’Europa subirà una sgradita rivalutazione valutaria in un contesto sfavorevole e il Bund è quindi più protetto dalle eventuali politiche reflazionistiche, dato che l’euro forte avrà un effetto restrittivo sull’economia», stima Novelli. «Ma i bonds a lunga scadenza non sono destinati ad avere vita facile e non costituiscono necessariamente un rifugio sicuro di protezione del capitale, dato che le politiche fiscali e monetarie espansive saranno finalizzate a creare inflazione. La parte lunga della curva richiederà una gestione altamente professionale. L’oro rimane ancorato a un bull market significativo, sostenuto dai problemi evidenziati e dai meccanismi che i policy makers cercheranno di implementare per uscire dalla balance sheet recession ed è orientato a raggiungere la valutazione di 5000 dollari circa entro 2 anni».

In caso di crisi finanziaria la Fed sarà costretta ad avviare un altro Qe da 8/10 trilioni di dollari

L’equity rimane largamente esposto alla contrazione dei profitti, a crisi valutarie e di debito e a una maggior tassazione del capitale per contenere il deficit pubblico fuori controllo. Il passaggio elettorale di Novembre aprirà una fase altamente critica per l’economia mondiale e per i mercati finanziari. «In caso di crisi finanziaria la Fed sarà costretta ad avviare un altro Qe di importo almeno pari a 8/10 trilioni di dollari (la cifra è calcolata in base all’attuale debito pubblico e privato circolante, decisamente superiore al 2008). Questo porterebbe il bilancio Fed a 15/17 trilioni di dollari (75% del pil) con evidenti ripercussioni per il ruolo del dollaro come divisa di riserva e gli equilibri valutari mondiali», prevede Novelli. L’indice S&P500, dopo un significativo reset, diventerà una asset class che farà parte del bilancio Fed».

I mercati emergenti una buy opportunity

Le economie dei Paesi emergenti sono meglio posizionate per gestire uno scenario di stagnazione globale perché hanno un potenziale di domanda interna ancora inespresso, una demografia favorevole e una posizione fiscale migliore. «Sebbene inizialmente subiranno il contraccolpo di un calo della domanda globale e dell’export, l’eventuale impatto negativo costituisce una buy opportunity. Dollaro debole, tassi d’interesse ancora elevati rispetto al mondo occidentale e valutazioni stracciate», conclude Novelli, «favoriscono le asset class EM nel medio e lungo periodo». (riproduzione riservata)



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