Una remunerazione da mille miliardi di dollari. A tanto ammontano i compensi che il cda di Tesla ha proposto per incentivare il suo fondatore e attuale ceo, Elon Musk. Una somma a 12 zeri che equivale quasi al pil della Svizzera, ma che è naturalmente vincolata al conseguimento di alcuni obiettivi, tra cui il raggiungimento entro dieci anni di 8.500 miliardi di capitalizzazione per l’azienda specializzata in veicoli elettrici. Attualmente il valore della blue chip americana è di poco superiore a 1.100 miliardi.
L’approvazione di un piano retributivo di questa portata non è però un passaggio scontato, come del resto dimostra la storia della stessa Tesla. Nel 2024 un giudice del Delaware aveva revocato per la seconda volta il pacchetto da 44,9 miliardi che il board dell’azienda texana aveva proposto per il ceo nel 2018. Secondo la Corte di giustizia, l’imprenditore aveva spuntato lo storico piano retributivo negoziandolo sotto traccia con alcuni amministratori non indipendenti. Musk detiene ancora una quota significativa di Tesla, tra 13 e 15%. Tuttavia, in quanto fondatore e ceo dell’azienda, la sua partecipazione crea un conflitto di interessi. Quello occorso a Musk è un caso esemplare di battaglie contro la retribuzione delle figure di vertice.
Eventi simili evidenziano che quella dei maxi stipendi non è solo una questione di mercato, ma anche di equilibri di potere all’interno delle aziende. Il fenomeno, fatte le debite proporzioni, riguarda anche l’Italia.
Il caso più eclatante è forse quello di Carlos Tavares, ceo di Stellantis fino alle dimissioni rassegnate lo scorso dicembre. Nel 2022 gli azionisti hanno bocciato la politica di remunerazione del colosso dell’automotive con il 52,1% di voti contrari.
A Tavares, tra stipendio e altre voci, sarebbero toccati 19,15 milioni di euro. Nonostante la difesa del presidente di Stellantis, John Elkann, secondo cui il compenso era giustificato dai «risultati record raggiunti nel 2021», anche lo Stato francese, azionista del gruppo tramite la banca di investimento Bpifrance, si era detto contrario a emolumenti di quella portata. Non trattandosi però di un voto vincolante, il portafoglio del capo azienda si era gonfiato in tutto di 23,5 milioni, per poi crescere fino a 36,5 milioni nel 2023 e attestarsi a 35 milioni nel 2024 tra stipendio e buonuscita.
Di guerre ai maxi stipendi ne sa qualcosa anche Andrea Orcel, ceo di Unicredit. Nel 2021 l’amministratore delegato della seconda banca paneuropea per capitalizzazione ha sfiorato la bocciatura del proprio piano retributivo con un risicato 54% di voti favorevoli, dopo che il principale investitore BlackRock aveva votato contro. La situazione si è riproposta nel 2023, quando i 9,75 milioni di stipendio, seppur approvati dall’assemblea della banca, sono stati osteggiati da molti tra gli investitori più importanti, come Fideuram (Intesa Sanpaolo), la banca d’affari Lazard ma anche la banca di investimento Goldman Sachs e l’asset manager Invesco. A marzo i proxy advisor Iss e Glass Lewis hanno poi sollevato alcune remore sul 15% di aumento sullo stipendio che ha portato a 13,2 milioni la cifra annua destinata a Orcel, proposta che è comunque passata in assemblea. «Ribadiamo le nostre preoccupazioni sulla prassi della società di aumentare i livelli di stipendio dell'ad, soprattutto considerando che la sua remunerazione appare già palesemente più alta di quella dei capoazienda dei competitor europei», ha sostenuto Glass Lewis, secondo cui l'aumento della retribuzione è «eccessivo».
In un caso simile è incappata anche Tim. Le politiche di remunerazione a favore di Pietro Labriola, ceo di Tim Brasil passato nel frattempo a guidare la capogruppo, sono state più volte contestate da Vivendi negli anni in cui la media company transalpina deteneva il controllo dell’ex incumbent delle tlc. Nel 2023 la società francese ha biasimato i criteri di assegnazione dei bonus proposti per Labriola e per il management. L’assemblea chiamata a esprimersi sul tema ha registrato un afflusso insolitamente basso, il che ha portato alla bocciatura della proposta poiché il gruppo di Vincent Bolloré ha imposto il peso della sua partecipazione.
A livello globale, la crescente opposizione a remunerazioni ritenute eccessive ha via via preso piede dopo la lettera annuale del patron di Blackrock, Larry Fink, ai soci. Il ceo ha posto l’accento sul tema nevralgico della responsabilità sociale negli investimenti. La presa di posizione è arrivata dal più grande gestore di capitali al mondo, con asset che a fine giugno toccavano quota 12.500 miliardi di dollari. Gli investitori hanno quindi cominciato a legare la remunerazione dei manager non solo ai risultati finanziari, ma anche a criteri di sostenibilità e di governance divenuti improvvisamente imprescindibili.
La questione delle retribuzioni è così diventata un indicatore della qualità della governance e della sostenibilità complessiva dell’impresa. (riproduzione riservata)