Nikkei in gran corsa, giovedì 10 aprile (+8,4% alle ore 7:30 italiane) dopo la volata del Nasdaq (+12,16%) grazie alla pausa di 90 giorni accordata dal presidente Usa Donald Trump sui dazi di ritorsione. Sale anche la Cina, nonostante il rincaro, unico caso, delle tariffe, dall’84% al 125% e nonostante i dati macro in area di deflazione. Hong Kong guadagna il 2,85%, Shanghai l’1,07%, mentre il petrolio cede ancora il passo (Wti -1% a 61,75 dollari il barile) e i futures sul Nasdaq tornano in rosso (-1,1%). I problemi di fondo sulla politica di protezionismo economico degli Usa restano e il greggio recepisce le paure del mercato di una recessione mondiale a breve.
Per i prossimi 90 giorni, quindi, le tariffe sono del 10% per tutti, tranne per la Cina in modo da favorire l’avvio di nuovi negoziati commerciali.
La banca d'affari statunitense Goldman Sachs ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del Pil cinese, portandole al 4% nel 2025 e al 3,5% nel 2026, rispetto alle precedenti proiezioni del 4,5% e del 4,0% rispettivamente, citando gli effetti negativi dei dazi. Pechino ha invece indicato come crescita attesa del Paese nel 2025 il 5% circa.
Lo yuan ha toccato giovedì il livello più basso dal 2007, a indicare che una certa tolleranza da parte di Pechino verso una svalutazione graduale, vista come strumento per compensare l'impatto delle tariffe statunitensi.
Lo yuan onshore è sceso a quota 7,351 per dollaro, ai minimi da 18 anni, dopo che la People's Bank of China ha fissato per il sesto giorno consecutivo un cambio ufficiale più debole. Più tardi, la valuta ha ridotto le perdite, scambiando attorno a 7,342.
«La banca centrale ha aumentato la tolleranza verso uno yuan più debole come meccanismo per attenuare l’impatto tariffario», il commento di Chi Lo, strategist di Bnp Paribas Asset Management.
Lo ha tuttavia precisato che l’indebolimento recente non indica una politica di svalutazione aggressiva, che potrebbe innescare fughe di capitali e compromettere gli obiettivi strategici di lungo termine di Pechino, tra cui l’internazionalizzazione del renminbi e rendere lo yuan una valuta rifugio concorrente al dollaro.
Il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha lanciato un monito a Pechino mercoledì, mettendo in guardia contro un’eventuale svalutazione competitiva.
L’indice dei prezzi al consumo (CPI) in Cina è sceso dello 0,1% su base annua a marzo 2025, deludendo le attese del mercato che prevedevano un aumento dello 0,1%. Si tratta del secondo mese consecutivo in deflazione, in un contesto in cui la guerra commerciale con gli Stati Uniti continua a esercitare pressioni al ribasso sulla dinamica dei prezzi.
Tuttavia, il calo è stato più contenuto rispetto al -0,7% registrato a febbraio, grazie a un rallentamento nella discesa dei prezzi alimentari, con un'accelerazione dei valori della carne suina e un rimbalzo della frutta fresca. I prezzi non alimentari sono invece saliti dello 0,2% (contro il -0,1% del mese precedente), sostenuti da rialzi nel settore abitativo (+0,1%), sanitario (+0,1%) ed educativo (+0,8%), a fronte di un ulteriore calo dei costi di trasporto (-2,6%).
L’inflazione core (esclusi alimentari ed energia) è aumentata dello 0,5% a marzo, in netto miglioramento rispetto al calo dello 0,1% di febbraio. Su base mensile, l’indice Cpi è sceso dello 0,4%, contro un -0,2% del mese precedente, segnando la seconda contrazione mensile consecutiva.
I prezzi alla produzione in Cina (PPI) sono diminuiti del 2,5% su base annua a marzo 2025, un calo superiore alle attese del mercato (-2,3%) e alla flessione del 2,2% di febbraio. Si tratta del peggior calo annuale dallo scorso novembre, dovuto sia alla debolezza stagionale della domanda di energia, sia alle tensioni commerciali con gli Usa, che hanno alimentato i timori di un eccesso di scorte invendute e ulteriori pressioni deflazionistiche interne.
I costi delle materie prime sono scesi ulteriormente (-2,8% rispetto a -2,5% a febbraio), con forti cali nei settori dell’estrazione mineraria (-8,3%) e della lavorazione industriale (-2,6%).
Anche i beni di consumo hanno registrato una contrazione più marcata (-1,5% rispetto a -1,2%), con ribassi nei prezzi dell’abbigliamento (-0,3%), dei beni durevoli (-3,4%) e dei prodotti alimentari (-1,4%). I prezzi dei beni di uso quotidiano hanno invece subito un calo più lieve (0,7% rispetto a 0,9%).
Su base mensile, i prezzi alla produzione sono scesi dello 0,4%, la flessione più marcata da sei mesi, rispetto al -0,1% di febbraio. Nel primo trimestre del 2025, i valori all’ingrosso sono calati del 2,3%, dopo un -2,2% registrato nel 2024. (riproduzione riservata)