A ben vedere, il vero problema di Donald Trump non sta tanto nella perdita della tripla A di Moody’s, ma piuttosto nella assoluta necessità di gestire l’insidiosa tripla D composta da Debito, Deficit e Dollaro. Infatti, il presidente americano si trova oggi a fronteggiare, da una parte, un debito pubblico che ha superato i 36.000 miliardi di dollari ed è destinato a crescere a causa degli impegni di spesa previsti nel Big Beautiful Bill. Dall’altra, un rapporto deficit/pil che ha raggiunto il 7%, una percentuale insostenibile per qualsiasi altro Paese. Infine, sullo sfondo, il ruolo del dollaro, forse per la prima volta messo davvero in discussione da più parti.
Ma se le sfide che Trump deve affrontare sono piuttosto chiare ed evidenti, le misure che il presidente Usa ha varato per contrastare queste emergenze sono ritenute da molti osservatori del tutto incomprensibili se non autolesioniste. Tuttavia, appare troppo facile e superficiale archiviare queste misure come semplice frutto di una mente perversa. Anche perché, forse, una chiave di lettura della strategia trumpiana esiste ed è basata su uno specifico fattore: il tempo.
Più in concreto, a Trump non interessa affatto cosa succederà all’America nei prossimi dieci - vent’anni; a lui e al suo Super Ego interessano solo due aspetti: cosa succederà da oggi alle elezioni di metà mandato di novembre 2026 (dove Trump rischia di perdersi per strada una Camera) e, più in generale, cosa succederà da qui al gennaio 2029 termine del suo mandato. Ma se l’arco temporale di interesse è davvero questo, allora le misure varate da Trump iniziano ad assumere un senso.
Più in particolare, sono tutte misure con due caratteristiche ben definite: da una parte, sono capaci di generare vantaggi immediati per l’amministrazione senza produrre significativi contraccolpi di breve periodo. Dall’altra, sono capaci di spostare gli inevitabili contraccolpi strutturali (perdita di credibilità, perdita di fiducia da parte degli investitori, danni permanenti al tessuto produttivo etc) nel medio lungo periodo. Ora, in quest’ottica, i dazi rispondono benissimo a questa duplice mission.
Generano cassa subito e, se gestiti come una clava, possono anche limitare le ritorsioni a danno dell’industria Usa. Dunque, i dazi fissati a livelli privi di logica, le scadenze continuamente spostate per generare incertezza, le minacce ai Paesi su eventuali controdazi, gli avvertimenti di sapore mafioso sono tutte misure volte ad annichilire e disorientare gli avversari commerciali impedendo loro di reagire prontamente ai diktat commerciali.
Anche perché Trump ha capito che con le guerre lampo si vince, se, invece, ci si impantana si fa la fine di Putin in Ucraina. Con la piccola differenza che Putin, di fatto, non deve rispondere a un elettorato mentre Trump, almeno al momento, si. E poco importa se poi, nel tempo, l’inflazione rialzerà la testa e se alcuni settori dell’industria americana andranno in affanno a causa della difficoltà di approvvigionarsi di materie prime e semilavorati indispensabili alla produzione. Alla peggio si darà la colpa alla «stupida» Fed che non ha abbassato i tassi per tempo.
Analogamente, per il Big Beautiful Bill. Questa legge di spesa consente nell’immediato a Trump di rispettare le sue promesse elettorali in maniera da non avere sorprese nelle elezioni di metà mandato. E ben poco importa a Trump e al suo Super Ego se nei prossimi decenni il debito pubblico schizzerà in direzione del 180% del pil, se il provvedimento renderà più povere il 30% delle famiglie americane e se 12 milioni di americani perderanno nei prossimi dieci anni la copertura sanitaria.
E anche la debolezza del dollaro, vista con favore da Trump, risponde alle necessità del fattore tempo in quanto, stimolando l’export Usa e comprimendo l’import, esalta nell’immediato gli effetti dei dazi americani. E poco importa a Trump e al suo Super Ego se nel medio lungo periodo il deprezzamento del dollaro, il più veloce dal 1973, possa mettere in discussione il ruolo di quest’ultimo come moneta di riserva e principale valuta di riferimento per le transazioni valutarie mondiali. Tra l’altro, con la conseguenza non secondaria di aprire la strada a una coabitazione con altre monete di riferimento come auspicato, per esempio, dai Paesi Brics.
L’unica consolazione è che, se è vero che Trump ha tutto l’interesse a portare a casa risultati immediati e tangibili in ossequio al fattore tempo, è anche vero che non ha alcun interesse a far «saltare il banco» sul fronte dei dazi. Per cui, verosimilmente, un accordo accettabil sui dazi si troverà. Anche perché, se Trump e il suo inseparabile Super Ego decidessero davvero di scatenare una guerra commerciale internazionale, forse farebbero meno danni agli Usa sganciando una bunker buster bomb dritta dritta sulle imprese americane. (riproduzione riservata)
*docente al corso di Family Business Management-UniVerona