La sterlina scivola sul dollaro a quota 1,2706, il Ftse 100 resta pressoché piatto mentre i rendimenti obbligazionari inglese hanno già intrapreso una corsa al rialzo: il Gilt a due anni è in rialzo al 5% mentre la scadenza decennale si attesta al 4,37%. È ancora una volta l’effetto dell’inflazione che nel Regno Unito sembra essere più vischiosa che nella zona euro o negli Stati Uniti.
L’inflazione oltremanica è la più alta del G7. Nel mese di maggio l’indice dei prezzi calcolato dall’Office for National Statistics non è sceso come speravano gli analisti ed è rimasto fermo all’8,7% su base annua contro attese per +8,4%. I prezzi al consumo su base mensile rallentano a +0,7% (da +1,2% precedente) ma gli analisti si aspettavano +0,5%. L’inflazione di fondo, che esclude i prezzi volatili di energia, cibo, alcol e tabacco, è aumentata del 7,1% su base tendenziale, rispetto al 6,8% di aprile, il tasso più alto dal marzo 1992 secondo i calcoli. Ad aprile l’inflazione era scesa sotto il 10% ma l’indice continua a superare le previsioni di consenso e rimane significativamente superiore all’obiettivo del 2% della Banca d’Inghilterra.
Dopo alcuni dati indesiderati sull’inflazione e sui salari, i mercati ora si aspettano che la Banca d’Inghilterra porti i tassi vicini al 6% nei prossimi mesi. Ciò equivarrebbe a quasi sei ulteriori rialzi dei tassi.
Per la riunione che si terrà domani, 22 giugno, analisti e mercati prevedono ampliamente un rialzo di 25 punti base. Ma più che il peso del rialzo di giugno, il punto interrogativo sulla riunione di giovedì è più che altro se la BoE respingerà l’aspettativa degli investitori oppure no. Secondo gli analisti di Ing è abbastanza probabile che la Banca condivida queste aspettative per almeno tre motivi.
In primo luogo, le circostanze relative all’impennata dei rendimenti sono molto diverse rispetto allo scorso autunno: allora ciò che faceva salire i Gilt era per lo più uno stress del mercato proveniente dalle mosse fiscali del governo, ora è in gran parte una conseguenza dell’inflazione vischiosa e dei dati sui salari. In secondo luogo, la Bank of England ha poche certezze su dove andranno i dati sull’inflazione a breve termine. Infine, la BoE ha avuto ampie opportunità di lanciare un allarme sul carovita negli ultimi giorni e ha scelto di non farlo. A differenza della Fed e della Bce, la BoE si presta in genere a pochissimi commenti tra una riunione e l’altra. Senza ulteriori indicazioni, i mercati hanno interpretato le recenti sorprese salari/inflazione come una richiesta di una risposta significativa della politica monetaria.
Ma non respingere le aspettative sui tassi non è la stessa cosa che convalidarle. «Anche se pensiamo che la BoE accetti le aspettative dei rialzi del mercato», spiegano da Ing, «dubitiamo fortemente che effettuerà rialzi dei tassi fino al 6%». Le stime della Bank of England hanno suggerito che l’inflazione tornerà ben al di sotto dell’obiettivo del 2% se i tassi dovessero andare già in area 5%, per non parlare del 6%, anche se alcuni banchieri hanno chiarito di essere scettici su queste previsioni in questo momento.
«Se guardiamo al mercato dei mutui, il principale meccanismo di trasmissione dei tassi di interesse, tassi del 6% significherebbero che un proprietario di casa, con un rapporto prestito/valore del 75%, pagherebbe in media quasi il 40% del proprio reddito disponibile per i rimborsi. Ciò si confronta con circa il 30% del picco raggiunto durante la crisi finanziaria del 2008», aggiungono da Ing.
In questo senso, tassi ipotecari al 5% e un periodo prolungato di tassi molto alti avrebbe un forte impatto sull’economia. Un impatto che, per quanto riguarda i precedenti rialzi dei tassi, non si è ancora fatto sentire del tutto, come ha sottolineato più volte la stessa BoE. (riproduzione riservata)