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Donald Trump, presidente Usa, e Jerome Powell presidente Federal Reserve
Donald Trump, presidente Usa, e Jerome Powell presidente Federal Reserve
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A difendere la democrazia negli Usa deve pensarci il presidente della Fed Jerome Powell

di Angelo De Mattia
06 agosto 2025, 20:10 Ultimo aggiornamento: 20:28

Trump fa quello che vuole, con tutti, e nessuno gli dice nulla. Powell pare essere l’ultimo baluardo della democrazia

Dazi e Federal Reserve sono i punti sui quali Donald Trump concentra il suo maggiore interesse. Oggi, dopo le proroghe, i dazi entrano in vigore come fissati a conclusione, per l'Unione, di una pseudo trattativa nella quale la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha dimostrato tutta la sua subalternità, trascinando in essa l'immagine dell'Europa. È difficile ricercare un precedente storico di un così basso livello. Ma il risultato del negoziato, sicuramente molto favorevole agli Usa, verosimilmente non basta.

Coerentemente con il comportamento di Trump imprevedibile, in quanto estremamente mobile e ai limiti dell'affidabilità, il tycoon già minaccia che, se l'Unione non investirà negli Usa i previsti 600 miliardi - i quali, secondo lui, rappresentano la contropartita, mediata rispetto agli originari 650 miliardi, con cui è stata «pagata» la misura dei dazi del 15% - questi ultimi saranno portati al 35% e si prepareranno dazi del 250% sui prodotti farmaceutici.

L’Unione Europea tarda a elaborare un cambio di strategia nei rapporti con gli Usa

La risposta europea è stata il congelamento per sei mesi delle progettate misure di ritorsione, senza minimamente legarle al comportamento americano nell'attuazione del pur non esaltante accordo e, soprattutto, alla definizione di intese sui diversi punti dell'accordo stesso da chiarire e negoziare ancora.

L'Unione, con le sue divisioni interne e con la dimostrata inadeguatezza di chi la rappresenta - soprattutto della presidente della Commissione - tarda gravemente a trarre le deduzioni nei rapporti con gli Usa del passaggio d'epoca che si registra in buona parte con la presidenza Trump, un passaggio che essa stessa declama, ma fermandosi alle parole e non pensando di promuovere una nuova strategia nei rapporti internazionali, nuove forme di accordi e il rilancio delle istituzioni globali con la riaffermazione del diritto internazionale.

Un approccio troppo passivo nelle trattative con Trump

Se l’Unione continua ad apparire come incapace di qualsiasi reazione - il che non significa abbracciare subito una guerra commerciale - resterà il contraente debole nelle mani di un ex immobiliarista che ai negoziati applica gli schemi propri della sua passata attività.

È inconcepibile che chi tratta con gli Usa non senta, genuflettendosi, su di sé il peso e la responsabilità della storia, dell'opera dei Padri fondatori, del progetto di integrazione continuamente sbandierato, ma sempre a crescente distanza dal compimento anche di soli alcuni piccoli passi. I danni di un rapporto negoziale quale quello a cui stiamo ancora assistendo sono maggiori, paradossalmente, della mancanza di qualsiasi negoziato.

Trump fa il bullo con Powell, ma deve ancora decidere il gregario di fiducia

Dall'altro lato, vi è poi l'esempio che Trump oggettivamente offre, quanto ai rapporti tra amministrazione e la Fed. Ora dichiara di avere in mente quattro nomi per sostituire il presidente Jerome Powell: si dovrebbe ritenere, alla scadenza del mandato nel 2026 di quest'ultimo, visti i ripetuti insuccessi di far dimettere il presidente anticipatamente a colpi di insulti, minacce, pressioni dirette e indirette.

Powell, insomma, ha confermato di essere un hombre vertical. I primi nomi che Trump ha in mente riguardano Scott Bessent, ora segretario al Tesoro che Potus dice di adorare, ma non può spostare dall'incarico ricoperto per il quale è essenziale; poi vi è Kevin Warsh, ex governatore della Fed. La ricerca sin d'ora appare volta a scegliere una figura che, per quanto magari competente, possa svolgere il ruolo di «messo» di Trump.

La degenerazione dello spoils system e la mancata tutela della Fed

Lo spoils system nella maniera più becera si estende così agli organi neutri di garanzia, di regolamentazione e di controllo, ritenendosi verosimilmente ininfluente, per esempio, che Powell, repubblicano, sia stato nominato da Barack Obama e abbia svolto il suo compito con professionalità e indipendenza.

Vi è un legame che tocca la vicenda dei dazi e quella della Fed ed è il potere che Trump ritiene accentratosi tutto nelle sue mani con il risultato elettorale la cui efficacia non avrebbe limiti, di qualsiasi genere. A settembre è probabile che si riaprirà il fuoco di fila per la riduzione dei tassi di interesse da parte della Fed e nuovamente assisteremo a minacce e cachinni. Powell continuerà a fare il proprio lavoro con l'imparzialità e la competenza accennate. E sarà un servizio alla democrazia. (riproduzione riservata)
 



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