Nonostante che siano sopravvenute piogge torrenziali, i colpi di sole si fanno ugualmente sentire non appena torna il sereno: ciò potrebbe spiegare perché riviva, adesso ancora sottovoce, l’argomento della nazionalizzazione della Banca d’Italia. Come si ricorderà, quest’ultima è stata oggetto di una riforma con ricapitalizzazione nel 2014, una revisione tormentata per far passare la quale alla Camera si ricorse alla «ghigliottina».
È probabile che il riemergere sottovoce di questo argomento sia anche dovuto al ricordo della forte opposizione che l’attuale premier Giorgia Meloni, allora solo parlamentare con responsabilità di partito, condusse contro la riforma. Ma, ovviamente, una cosa è agire nella veste di allora, altra cosa sarebbe agire nell’attuale alta responsabilità.
Il colpo di sole si manifesta soprattutto ritenendo un’inezia per il Tesoro impegnare 7,5 miliardi - in base a una singolare stima che lega il valore dell’Istituto solo al suo capitale - proprio ora quando non si sa come reperire risorse per la manovra di bilancio e si immagina da alcuni la balzana idea di imporre ex auctoritate la remunerazione, smentita però dal governo, dei depositi bancari per trarre gettito dalla relativa tassazione. Verrebbe da dire: la paga da soldato e i vizi da generale.
A meno che all’apparente insolazione come causa della ricomparsa di questo argomento non sia da sostituire, nell’interpretazione, l’intento di trarre vantaggio, con la nazionalizzazione, dalle risorse della Banca. È ovvio che una tale operazione si tradurrebbe, ammesso che i 173 attuali partecipanti al capitale fossero adeguatamente indennizzati e cedessero le rispettive quote, in una chiara violazione dell’autonomia e indipendenza dell’Istituto, anche finanziaria, tutelata, in quanto parte del Sistema europeo di Banche centrali, dal Trattato Ue che ha, per l’Italia, rango di legge costituzionale.
Un Tesoro proprietario totalitario della Banca centrale nazionale non è esistito neppure nell’Unione Sovietica all’epoca del più duro Gosplan. Sarebbe una catastrofe finanziaria per l’Italia il solo far trapelare un tale sciagurato proposito perché si formerebbe l’effetto-annuncio che toccherebbe la politica economica e di finanza pubblica ingenerando il convincimento che si sia alla frutta nella gestione dei conti pubblici e, quindi, si ricorra a misure fin qui mai neppure concepite.
Su di una balzana misura della specie bisognerebbe acquisire il parere obbligatorio della Bce, che è facile immaginare. È pur possibile, però, che si miri in alto per atterrare in basso, riproponendo la questione stracca e stantia delle riserve valutarie dell’Istituto, per non dire di quelle auree, e del loro impiego da parte del governo, dimenticando puntualmente, ogni volta in cui viene agitato questo tema, che le riserve sono a presidio della moneta e della sua stabilità e che, per il fatto che sono della Banca ente pubblico, non significa che possano essere stralciate dal suo bilancio e utilizzate per impegni di spesa.
La tutela dell’indipendenza della Banca è un dovere per tutti, a cominciare naturalmente dal suo vertice, perché risponde agli interessi del Paese e dell’Eurozona. Anzi, su ciò si valuta l’agire dello stesso vertice. Altra cosa sono dialettica e critica, che non possono essere impedite, sul suo operato quando è opportuno o addirittura necessario. (riproduzione riservata)