È significativo che da «Milano hub» in un webinar, promosso dalla vice direttrice generale della Banca d’Italia Alessandra Perrazzelli, sia venuto il caveat per prevenire discriminazioni di origine o di gender con l’impiego, da parte degli intermediari di algoritmi per giudicare il merito di credito. Insomma, come ha detto la vice direttrice generale riferendo di studi curati negli Stati Uniti, bisogna prestare grande attenzione ai problemi che possono sorgere per rilevanti implicazioni etiche e valoriali. Detto tutto questo da un «centro» che si propone non certo di alimentare lo scetticismo sulle innovazioni, ma, al contrario, di sostenerne lo sviluppo e l’impiego, è maggiormente importante. Analisi svolte in passato, con riferimento ai soli vantaggi dell’applicazione delle nuove tecnologie, in particolare nelle banche, avulse dalla considerazione del ruolo delle persone, erano senz’altro da integrare. Era stato auspicato su queste colonne. Affrontare questi temi, come segnala la chiamata in ballo dei valori, dell’etica, della non discriminazione richiede non solo una particolare competenza nell’economia, nel credito e nella finanza, nelle nuove tecnologie, ma anche un livello culturale alto, una sensibilità formata con studi severi e comparati che sia in grado di cogliere prontamente anche i profili sociologici, psicologici, comportamentali perché, innanzitutto, non si capovolga il rapporto uomo-macchina trasformando quest’ultima da mezzo in un fine.
È fondamentale che l’hub si caratterizzi per un costante approccio interdisciplinare che potrebbe essere il segno distintivo, il carattere identitario di una tale iniziativa. Ma il riferimento al modo corretto di impiego delle tecnologie ha pure un valore ultrattivo, perché, al di là di quel che abbiano o no in mente i protagonisti di questo «centro», segnala oggettivamente l’insostituibilità del fattore umano nelle analisi e nelle decisioni che le banche adottano. Il rapporto con la clientela, ma anche le decisioni sulla concessione o no dei prestiti non possono essere affidati a un computer, come purtroppo, a poco a poco, rischia di prendere piede, combinandosi con l’automatismo di indici e criteri che, spesso, non sono integrati dalla conoscenza puntuale di chi, persona fisica o giuridica, chiede il finanziamento. Se questa tendenza si sviluppasse, allora si potrebbe arrivare al «bancomat» dell’erogazione del credito con tutti i gravi problemi che porterebbe con sé, e magari di qui avviarsi verso il panopticon di Michel Foucault, per non dire di 1984 di George Orwell. Muterebbe radicalmente il ruolo delle banche e con esso quello della Vigilanza. La manipolazione dell’uomo, ma anche di ogni ente, da parte della tecnica, di cui scrive Heidegger, sarebbe un passo avanti. Sarebbero fondamentali ricerche e studi (uno o più progetti del «centro» milanese) su quanto sia auspicabile e quanto non lo sia nell’evoluzione delle fondamentali funzioni di una banca e di un intermediario finanziario, anche per l’opera di propulsione e di correzione che spetta ad una Vigilanza attiva, la quale faccia leva sulle proprie pregiate risorse umane, e, all’occorrenza, manifesti pure un’autonomia di pensiero, per un proficuo confronto dialettico, anche nei riguardi della Vigilanza unica coesistente con la Bce. È, questa, una delle sfide con la quale non solo il «centro» di Milano, ma la Banca d’Italia tutta deve cimentarsi. (riproduzione riservata)