La quiete dopo la tempesta. Sembra che i mercati si siano messi alle spalle le turbolenze legate prima alle elettorali in Europa e poi ai timori di recessione negli Usa. In America l’aumento inaspettato della disoccupazione e i risultati negativi della manifattura hanno risvegliato uno storico nemico delle borse, la volatilità. L’apice è arrivato lunedì 5 agosto quando il Cboe Volatility Index (Vix), l’«indicatore della paura» di Wall Street, ha toccato nell’intraday i 65 punti, ben sopra la soglia dei 40 punti dopo la quale le vendite sono dettate al panico.
Lo spettro dei mercati si è ridestato dopo un sonno lungo 18 mesi, fa notare il Wall Street Journal: in passato il Vix si era impennato durante la crisi finanziaria e del debito sovrano, nella pandemia e dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Questa volta però la paura è durata poche sedute perché l’indice è tornato in poco tempo sotto 20 punti.
Il calo della volatilità ha riportato il sereno sulle borse. Merito della tenuta del settore dei servizi e dei sussidi di disoccupazione inferiori alle attese, che hanno riacceso la fiducia sulla salute dell’economia americana. Così i mercati sono scesi dalle montagne russe e Wall Street ha recuperato le perdite di inizio agosto.
Milano invece resta lontana dagli oltre 34 mila punti di metà luglio (si aggira sui 32 mila) e anche la borsa di Tokyo non è ancora tornata ai livelli di fine luglio, quando aveva superato i 39 mila punti (adesso è sopra i 36 mila). Non è facile riprendersi da un lunedì nero come quello del 5 agosto, giorno in cui il listino giapponese ha assistito a uno di quei tonfi che accadono solo una volta per generazione: -12,4%, il più grande calo dal 1987.
Dietro le turbolenze del Nikkei ci sono le mosse della Banca del Giappone. Nel Paese l’inflazione ha rialzato la testa, così la BoJ ha deciso di aumentare i tassi di 15 punti base portandoli allo 0,25%. La mossa della banca centrale ha rafforzato lo yen sul dollaro e ha costretto molti investitori a smontare le operazioni carry trade sulla valuta giapponese.
Questo meccanismo permetteva di sfruttare i tassi ultra-bassi giapponesi per indebitarsi in yen e poi investire il denaro - preso in prestito a un costo più basso - in titoli ad alto rendimento o in asset più rischiosi, tipo le big tech. L’ingranaggio si è inceppato per colpa della BoJ, le cui scelte, combinate ai timori di hard landing negli Usa, hanno scatenato una tempesta perfetta che si è estesa alle altre borse mondiali.
In quei giorni la volatilità ha colpito soprattutto Wall Street. In una settimana l’S&P 500 ha registrato sia la sua miglior seduta dal 2022 che quella peggiore. Le oscillazioni si sono concentrate sui titoli tech, come dimostrano le variazioni giornaliere da circa 500 miliardi di dollari della capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7. Un brutto ricordo. Lo resterà? È questa la domanda che si pongono da giorni gli investitori, ossessionati dall’idea che il ritorno della volatilità non sia solo un evento episodico.
Da tempo Wall Street si interroga sulla tenuta degli utili societari e sul successo degli investimenti nell’intelligenza artificiale, che continuano a bruciare miliardi. Nei giorni passati i dubbi hanno portato gli investitori a ridisegnare i portafogli aumentando il peso dei titoli difensivi, come utility, sanità o consumi primari. Ma dal brusco riassetto dei mercati potrebbero nascere anche opportunità.
Prima della recente tempesta l’S&P 500 viaggiava a multipli ben superiori alla media di lungo periodo. Dopo la tempesta finanziaria di inizio agosto, invece, le valutazioni si sono se non sgonfiate quantomeno normalizzate. Ubs sottolinea come il settore tech negli Usa scambi ora a 27,4 volte gli utili a 12 mesi, in calo dal picco di 32 volte del 10 luglio. Insomma, non è un brutto momento per comprare.
La finestra potrebbe essere quella giusta. I dati macro arrivati prima di Ferragosto hanno ridato linfa alle borse e, se le buone notizie proseguiranno, potrebbe partire un nuovo rally. A luglio l’inflazione americana è aumentata dello 0,2% mensile, in linea con il consenso, e del 2,9% annuo, poco sotto il 3% previsto. Nello stesso mese anche i prezzi alla produzione sono cresciuti meno delle attese, un dato che martedì 13 agosto ha messo le ali a Wall Street.
Perché? Negli Stati Uniti le minori pressioni sui prezzi avvicinano i tagli dei tassi: il Fed CmeWatch indica una sforbiciata da 50 punti base già a settembre e tra novembre e dicembre ne pronostica altre due da 25 punti base l’una. Per Mfs, allora, potrebbe conviene comprare obbligazioni prima che i rendimenti scendano. Senza dimenticare che i bond sono un valido strumento contro la volatilità.
Le previsioni positive degli analisti riguardano anche le borse. A fine anno Goldman Sachs vede l’S&P 500 a 5.600 punti (ora è a 5.400), mentre Ubs è ancora più ottimista e si spinge a 6.200 punti entro giugno 2025. Merito del taglio dei tassi e della tenuta degli utili per azione delle società dell’S&P 500 che quest’anno, per gli analisti della banca svizzera, cresceranno dell’11%.
Goldman Sachs stima invece un incremento dei profitti dell’8% nel 2024 e del 6% nel 2025. I fondamentali economici e reddituali quindi sono solidi e per gli esperti i rischi di recessione sono sopravvalutati. Eppure le incognite non mancano: la volatilità potrebbe rialzare la testa per colpa della geopolitica e a novembre, dopo le elezioni americane, potrebbero cambiare gli equilibri mondiali. (riproduzione riservata)