Le operazioni di aggregazione bancaria favoriscono la generazione di utili che nel 2025 hanno raggiunto complessivamente, da parte del settore, oltre 27 miliardi, segnando un nuovo massimo.
Non si tratta di un fenomeno negativo, tutt'altro. Uno dei primi insegnamenti ricevuti nei lontani anni del mio lavoro nelle strutture di Vigilanza era di guardare agli utili come a un punto fondamentale per la buona conduzione e la stabilità di un istituto, così come ovviamente valutare l'opposto nel caso della loro mancata produzione.
Poi va esaminato come essi si generano, non dimenticando le peculiarità di una banca, la tutela del risparmio costituzionalmente sancita e l'importanza del sostegno delle attività economiche e delle famiglie. Tutto ciò senza ledere la natura di impresa che ha la banca, sia pure di un'impresa particolare, a cominciare dal suo assoggettamento a norme, indirizzi e controlli specifici.
E ciò è conseguenza e premessa per la migliore tutela del risparmio che affluisce negli istituti. Ma l'osservazione deve pur rilevare i mutamenti che stanno avvenendo nella formazione degli utili: si sta passando, dato il livello basso dei tassi, dal margine di interesse, che è stato fin qui la fonte principale della produzione di utili, al ruolo che, a poco a poco, stanno assumendo le commissioni bancarie, fin quasi ad avere una funzione propulsiva sostitutiva di quella della differenza tra tassi attivi e tassi passivi.
Il futuro, allora, è delle commissioni? È presto per dirlo. E comunque ciò porrebbe una serie di problemi, anche sotto il profilo dell'esigenza di una ancor più pervasiva trasparenza, della tutela del consumatore, del diverso approccio del banchiere e di chi nelle banche lavora. Siamo in presenza tuttavia di un fenomeno in fieri di cui è presto per valutare i possibili approdi.
Nella festa degli utili il Monte dei Paschi si distingue, con altre principali banche, con 3 miliardi di profitti. Quantum mutatus ab illo, bisognerebbe dire, ricordando un Monte di un tempo non lontanissimo sul ciglio del baratro. Ma gli scogli da superare, sia pure per ragioni enormemente diverse da quelle che tenevano impegnati i vertici e i lavoratori tutti dell'istituto per impedirne il tracollo, sono non facili da superare.
Ritornando a un latino modificato nel finale si potrebbe dire per aspera ad aspera, prima di arrivare ad astra, da difficoltà a difficoltà.
Un passaggio fondamentale è quello del 27 febbraio quando sarà presentato il piano industriale e delineato il rapporto che il cda del Monte deciderà con la partecipata Mediobanca.
Le cronache riportano sin d'ora diverse ipotesi alternative. Quella di cui più si parla, non si sa con quanto fondamento, sarebbe una fusione per incorporazione, con successivo scorporo di alcune funzioni in un soggetto autonomo, probabilmente avente personalità giuridica propria, con riferimento al corporate e all'investment nonché al private banking.
Se così fosse, incorporare per poi scorporare non sarebbe il massimo della progettualità e della chiarezza. È giusto che si confrontino idee e proposte di diversa fattura e qualità, non dimenticando, però, le origine storiche di Mediobanca voluta, prima da Raffaele Mattioli e poi da Enrico Cuccia, sempre giuridicamente distinta dai partecipanti.
Il marchio è stato fondamentale per la sua crescita e per il ruolo che, nel bene e nel male, ha svolto. Qui se ne scrive proprio per la funzione che Mediobanca ha avuto, pur rimanendo impresa, e per il riflesso pubblico e generale del suo operare.
Valutazioni tecniche e opzioni per le ricadute strettamente finanziarie sono naturalmente necessarie. Ma poi vi sono gli aspetti istituzionali e storici, non privi di ricadute finanziarie, che non vanno trascurati. In questo senso sono importanti le indicazioni della Vigilanza della Bce, ma esse non possono sostituire l'autonomia decisionale degli organi societari competenti, ma possono stabilire che, se si opta per una via o per un’altra, discendono determinati obblighi di un tipo o di un altro a fini di Vigilanza. Un compito che, con l'importante, decisivo concorso della Banca d'Italia, non è certo di secondo piano. C'è materia per esperti e osservatori. (riproduzione riservata)