La verifica dopo un anno dalla presentazione del Report di Mario Draghi segnala l'aggravarsi dell'inazione dell'Unione, come è emerso nella Conferenza tenuta martedì nel Parlamento Europeo.
Prima ancora va osservata la mancanza di progettualità da parte degli organi europei. Non è normale vedere un alto personaggio che «ab externo» formula una serie di proposte strategiche e operative per il rilancio dell'integrazione europea che poi vengono accolte dalla Commissione e dall'Europarlamento e successivamente rivedere la stessa personalità, un anno dopo, rampognare gli organi competenti per la loro inerzia che ha aggravato i problemi e proporre rilanci, aggiustamenti, innovazioni nella piattaforma programmatica illustrata in precedenza.
Così si mostrano i limiti gravissimi dell'Unione nella capacità di riformare e innovare, prima ancora dei deficit nelle realizzazioni. C'è voluto Draghi - e poi Enrico Letta - per predisporre un piano strategico, circa 400 punti del quale sono stati accolti dalla Commissione e dall'Eurocamera, ma tutto è poi rimasto finora a livello platonico.
Le stesse soluzioni dei problemi progettati vanno considerate per i fattori che contribuiscono, secondo le proposte, al «primum movens». Se si riflette, l'impianto di Draghi dipende da tre pilastri che non è affatto facile costruire.
Il debito comune, la configurazione del 28° Paese virtuale e le cooperazioni rafforzate con l'Unione a diverse velocità costituiscono la «condicio sine qua non» dell'attuazione della maggior parte delle misure proposte.
Esigono una revisione dei Trattati ma prima ancora la valutazione degli effetti di tali misure e del loro impatto sul processo di integrazione. Ipotizzare le cooperazioni rafforzate e il 28° ordinamento significa uscire dalla linea dello sviluppo dell'Unione nella sua totalità e allora è su questo punto che bisogna soffermarsi.
Si deve cambiare la traiettoria? Si riuscirà a rimanere sulla strada additata dai Padri fondatori o è venuto il momento di profondi cambiamenti? E con quale partecipazione non solo dei partner, ma anche, e per primi, dei cittadini?
È il caso di riesumare l'idea di una Convenzione europea, pur ricordando il fallimento della precedente esperienza? Si pecca di benaltrismo e di anti-pragmatismo prospettando questi innegabili collegamenti o il desidero del fare fa dimenticare le connessioni ed espone la ricerca di soluzioni a contraccolpi?
Qualcuno potrebbe ricordare la famosa frase di Giovenale «propter vitam vivendi perdere causas» per andare avanti nelle pur necessarie realizzazioni e introdurre una nuova architettura istituzionale che a poco a poco supera quella vigente.
Non sarebbe uno scandalo, a condizione che ciò venisse chiarito e dibattuto e non fosse una conseguenza di altre misure che risulti poi inaspettata e spiazzante per tutto ciò che essa comporta. Comunque quel che è sommamente da evitare è che di qui ad alcuni mesi vi sia una nuova conferenza di Draghi in sede istituzionale per una seconda rampogna.
Gli organi comunitari apparirebbero sotto tutela e controllo, ma con la prosecuzione delle realizzazioni pari a zero. (riproduzione riservata)