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Mario Draghi: senza debito comune non è possibile rifondare l’Europa

di Angelo De Mattia
18 settembre 2025, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:06

Mario Draghi torna a Bruxelles per denunciare la mancanza di azione dell'Unione Europea, evidenziando i limiti nella capacità di riformare e innovare, nonostante le proposte strategiche accolte un anno fa

La verifica dopo un anno dalla presentazione del Report di Mario Draghi segnala l'aggravarsi dell'inazione dell'Unione, come è emerso nella Conferenza tenuta martedì nel Parlamento Europeo.

Prima ancora va osservata la mancanza di progettualità da parte degli organi europei. Non è normale vedere un alto personaggio che «ab externo» formula una serie di proposte strategiche e operative per il rilancio dell'integrazione europea che poi vengono accolte dalla Commissione e dall'Europarlamento e successivamente rivedere la stessa personalità, un anno dopo, rampognare gli organi competenti per la loro inerzia che ha aggravato i problemi e proporre rilanci, aggiustamenti, innovazioni nella piattaforma programmatica illustrata in precedenza.

Il piano Draghi, un anno dopo ancora tutto fermo

Così si mostrano i limiti gravissimi dell'Unione nella capacità di riformare e innovare, prima ancora dei deficit nelle realizzazioni. C'è voluto Draghi - e poi Enrico Letta - per predisporre un piano strategico, circa 400 punti del quale sono stati accolti dalla Commissione e dall'Eurocamera, ma tutto è poi rimasto finora a livello platonico.

Le stesse soluzioni dei problemi progettati vanno considerate per i fattori che contribuiscono, secondo le proposte, al «primum movens». Se si riflette, l'impianto di Draghi dipende da tre pilastri che non è affatto facile costruire.

Il debito comune, la configurazione del 28° Paese virtuale e le cooperazioni rafforzate con l'Unione a diverse velocità costituiscono la «condicio sine qua non» dell'attuazione della maggior parte delle misure proposte.

Alla ricerca di una progettualità solida

Esigono una revisione dei Trattati ma prima ancora la valutazione degli effetti di tali misure e del loro impatto sul processo di integrazione. Ipotizzare le cooperazioni rafforzate e il 28° ordinamento significa uscire dalla linea dello sviluppo dell'Unione nella sua totalità e allora è su questo punto che bisogna soffermarsi.

Si deve cambiare la traiettoria? Si riuscirà a rimanere sulla strada additata dai Padri fondatori o è venuto il momento di profondi cambiamenti? E con quale partecipazione non solo dei partner, ma anche, e per primi, dei cittadini?

È il caso di riesumare l'idea di una Convenzione europea, pur ricordando il fallimento della precedente esperienza? Si pecca di benaltrismo e di anti-pragmatismo prospettando questi innegabili collegamenti o il desidero del fare fa dimenticare le connessioni ed espone la ricerca di soluzioni a contraccolpi?

Qualcuno potrebbe ricordare la famosa frase di Giovenale «propter vitam vivendi perdere causas» per andare avanti nelle pur necessarie realizzazioni e introdurre una nuova architettura istituzionale che a poco a poco supera quella vigente.

Non sarebbe uno scandalo, a condizione che ciò venisse chiarito e dibattuto e non fosse una conseguenza di altre misure che risulti poi inaspettata e spiazzante per tutto ciò che essa comporta. Comunque quel che è sommamente da evitare è che di qui ad alcuni mesi vi sia una nuova conferenza di Draghi in sede istituzionale per una seconda rampogna.

Gli organi comunitari apparirebbero sotto tutela e controllo, ma con la prosecuzione delle realizzazioni pari a zero. (riproduzione riservata)



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