Urgenza e concretezza. Per Mario Draghi sono le due parole che sintetizzano il suo rapporto sul rilancio della competitività dell’Unione Europea. Per l’ex presidente della Bce, che lunedì 9 settembre ha presentato il report a Bruxelles, servono enormi investimenti - «doppi rispetto al Piano Marshall» - che vanno convogliati in tre settori chiave: l’innovazione, la decarbonizzazione e la sicurezza. Ma in generale occorre un «cambiamento radicale», altrimenti sono a rischio i valori fondanti dell’Ue.
«L’Europa è preoccupata per il rallentamento della crescita dall’inizio di questo secolo. Tra i diversi parametri si è creato un ampio divario di pil tra l’Ue e gli Stati Uniti, dovuto principalmente a un rallentamento più pronunciato della crescita della produttività in Europa», scrive Draghi nella prefazione del suo report sulla competitività.
L’Ue ha prosperato in un contesto geopolitico stabile, ma negli ultimi anni il quadro è cambiato e «ora le imprese dell’Ue devono affrontare sia una maggiore concorrenza dall’estero che un minore accesso ai mercati esteri». Draghi sottolinea che l’Europa ha il compito di colmare il gap creatosi con la Cina e soprattutto quello con gli Stati Uniti, e suggerisce nel report come procedere.
Il divario di produttività con gli Usa è in gran parte spiegato dal settore tecnologico: solo quattro delle 50 principali aziende tecnologiche del mondo sono europee, si legge nella prefazione. Ecco perché l’innovazione è uno dei pilastri del rapporto. «L’Ue è in una situazione di stallo, con aziende tech oramai in una fase di maturità», dichiara l’ex premier italiano.
«Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono tornati ai livelli di 20 anni fa e ci sono troppe barriere per commercializzare l’innovazione. Dal 2008 ad oggi circa il 30% dei nostri innovatori più di successo si sono spostati negli Usa. Per rimediare dobbiamo investire ogni anno tra 750-800 milioni, il doppio del Piano Marshall».
Per l’ex presidente della Bce anche la decarbonizzazione deve essere una fonte di crescita. «L’assenza di coordinamento in questo settore andrà a scapito della competitività», spiega Draghi. «Dobbiamo trovare delle tecnologie pulite che facilitino la decarbonizzazione e migliorare l’offerta di tecnologie pulite. Gli Usa hanno perseguito questo obiettivo con l’Ira, e ora dobbiamo far fronte alla concorrenza della Cina, che sta facendo molto in questa direzione».
L’Europa deve agire in fretta dopo che lo scoppio della guerra in Ucraina l’ha costretta a rivedere il suo mix energetico. Il gas russo, «questa fonte di energia relativamente a buon mercato, è ora scomparsa con un costo enorme per l’Ue. Abbiamo perso più di un anno di crescita del pil e dovuto reindirizzare ingenti risorse fiscali verso i sussidi energetici e la costruzione di nuove infrastrutture per l’importazione di gas naturale liquefatto».
Il terzo punto chiave del report di Draghi è la sicurezza. «L’Europa deve aumentarla e ridurre le dipendenze», sostiene l’ex premier. Data la sua elevata apertura commerciale e la dipendenza dalle importazioni - dalle materie prime alla tecnologia avanzata - «l’Ue dovrà sviluppare una vera e propria politica economica straniera, che coordini gli accordi commerciali preferenziali e gli investimenti diretti con le nazioni ricche di risorse».
L’Unione dovrà anche costruire «scorte in aree critiche selezionate e creare partenariati industriali per garantire la catena di approvvigionamento delle tecnologie chiave». Per Draghi, però, la sicurezza non è solo commerciale ma inoltre militare. «L’Europa dovrà sviluppare una capacità industriale di difesa forte e indipendente, che le consenta di soddisfare la crescente domanda di risorse e attrezzature militari e rimanere in prima linea nella tecnologia della difesa».
Alla presentazione del rapporto di Draghi è presente Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione sottolinea che per alcuni progetti comuni «saranno necessari dei fondi comuni. Abbiamo parlato della difesa, della rete energetica transfrontaliera. Dobbiamo identificare questi progetti e vedere come finanziarli. Prima dobbiamo individuare le priorità e poi decidere i finanziamenti dai bilanci nazionali o con nuove risorse proprie dell’Ue».
Sul tema interviene anche Draghi: «Serve un asset sicuro comune? La risposta è sì, è uno strumento funzionale per raggiungere i nostri obiettivi. L’Unione Europea ha bisogno di un titolo di debito pubblico comune». Su questo punto «occorre una valutazione comune su quali siano i pericoli e le ricadute. E questo è un ambito in cui i Paesi membri devono mettersi d’accordo. Asset comuni servono per completare l’unione dei mercati dei capitali».
L’ex presidente della Bce si sofferma anche sui processi decisionali dell’Ue, che per alcuni sono rallentati dal meccanismo dell’unanimità. «I suggerimenti sono un uso più esteso, se non generalizzato, del principio di maggioranza qualificata», afferma Draghi in conferenza.
«Ci sono alcune cose che sono così importanti per il futuro dell’Unione e per i suoi singoli Stati membri, dove si potrebbe voler davvero andare avanti in una coalizione di volenterosi. E lì puoi procedere tramite una cooperazione rafforzata nell’ambito del quadro di cooperazione rafforzata o anche tramite trattati intergovernativi. L’urgenza c’è, a mio avviso è una sfida sacra». (riproduzione riservata)