Le misure temporanee e gli anticipi d’imposta sono «concentrate prevalentemente sul settore finanziario e rappresentano oltre l’82% delle maggiori entrate a carico delle imprese nel 2026 e quasi il 76 e il 61%, rispettivamente, nel 2027 e nel 2028». Tale concentrazione settoriale, «sebbene potrebbe essere giustificata congiunturalmente, solleva interrogativi sulla distribuzione del carico fiscale e sulla stabilità del gettito negli anni successivi, quando le misure temporanee verranno meno e si manifesteranno i recuperi delle anticipazioni di gettito». Questo emerge dalla relazione dell'Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb) presentata della presidente Lilia Cavallari in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sulla legge di Bilancio 2026.
Per di più, l'aumento dell'Irap per banche e assicurazioni, seppur temporaneo, «determina effetti positivi sul gettito solo fino al 2029» e comunque «appare in controtendenza con la prospettiva di abolizione dell'imposta contenuta nella delega fiscale». La cancellazione dell'imposta infatti, ha ricordato Cavallari, «annunciata periodicamente dalla sua introduzione negli anni Novanta, resta un obiettivo ancora lontano, considerato il suo gettito non trascurabile di circa 30 miliardi annui e che costituisce una fondamentale fonte di finanziamento del fabbisogno sanitario».
Anche altre misure, sempre sul fronte delle entrate, hanno «impatti inizialmente positivi, ma negativi negli anni successivi e non assicurano, quindi, risorse strutturali, come gli ulteriori differimenti delle quote di deduzione relative a esercizi precedenti (Dta), che determinano maggiori entrate nel 2027 per circa 1,8 miliardi ma una riduzione del gettito nel biennio 2029-2030, o la modifica al regime della deducibilità delle svalutazioni sui crediti verso la clientela per perdite attese, che determina maggiori entrate fino al 2029 e corrispondenti minori introiti successivamente», ha detto ancora Cavallari.
Parallelamente, le misure di natura permanente per le imprese «non appaiono riflettere un disegno organico e coerente con la legge delega sulla riforma fiscale».
Le maggiori entrate permanenti, pari a 3,8 miliardi nel triennio, comprendono quelle relative alla tassazione delle plusvalenze dei beni strumentali e dei dividendi di gruppo. In questo caso, «non sono chiari gli obiettivi della modifica al regime di tassazione di questi ultimi né in termini di razionalizzazione della tassazione di dividendi e plusvalenze intrasocietarie, né in termini di competitività nel sistema internazionale».
E ancora, riporta Cavallari, la manovra «non ha né rinnovato né sostituito l’Ires premiale introdotta solo per l’anno in corso dalla legge di bilancio per il 2025» e dopo l’abrogazione dell’Ace disposta dal 2024 non sembra ancora delinearsi una revisione della struttura dell’imposta sulle società che disegni il nuovo incentivo agli investimenti previsto nella legge delega e che ristabilisca la neutralità delle fonti di finanziamento».
Per quanto riguarda gli incentivi, anche l'Upb - come Bankitalia - mette in evidenza come le imprese potranno beneficiare dello sgravio «in modo graduale e soltanto se avranno adeguata capienza fiscale e redditività: ciò riduce l’efficacia dell’incentivo, sia per gli effetti ritardati del beneficio rispetto all’investimento sia per la sua maggiore incertezza, ed espone al rischio di agevolare imprese che, essendo in una migliore condizione economica, avrebbero realizzato investimenti anche in assenza dell’incentivo». In sintesi, la manovra disegna un quadro complesso: «Da un lato, conferma l’attenzione agli investimenti con agevolazioni rafforzate, ma depotenziate di efficacia, dall’altro, mostra una priorità al consolidamento dei conti pubblici nel breve termine, concentrando il prelievo sul settore finanziario e rinviando scelte strutturali sul sistema tributario delle imprese», ha dichiarato Cavallari.
Passando invece alle misure con impatto sui cittadini, l’Upb ha stimato che la riduzione di due punti dell’Irpef «riguarderà poco più del 30% dei contribuenti, circa 13 milioni oltre la soglia dei 28 mila euro di reddito, determinando a regime una riduzione di gettito Irpef di circa 2,7 miliardi; circa il 50% del risparmio d'imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48mila euro, che rappresentano l'8% del totale».
In generale, secondo Cavallari, i diversi interventi sull'Irpef degli ultimi sei anni, su struttura delle aliquote, articolazione degli scaglioni di reddito, detrazioni per redditi da lavoro e quelle per oneri dei contribuenti con redditi più elevati, compresa la traslazione nell'Irpef delle misure di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti introdotte per far fronte alla crisi inflazionistica del biennio 2022-23, «hanno accresciuto la progressività del prelievo e le differenze di trattamento tra categorie di contribuenti, oltre a rendere il sistema particolarmente complesso per i lavoratori dipendenti».
E ancora, la modifica sul calcolo dell'Isee, che aumenta la franchigia per la prima casa e le maggiorazioni per i figli successivi al primo, porta a «una disparità di trattamento a sfavore di quelle famiglie che più hanno risentito della crescita dei prezzi nel mercato immobiliare».
La modifica della franchigia sulla prima casa, infatti, ha spiegato Cavallari, «in assenza di una corrispondente modifica della franchigia prevista per i nuclei in affitto, appare come una scelta di policy ben definita in favore di specifici nuclei familiari» e introduce «elementi di iniquità riconoscendo ai nuclei che vivono in abitazioni di proprietà, a parità di condizione economica e numerosità delle famiglie, una priorità nell'accesso alle prestazioni e maggiori benefici in termini di erogazioni, ove previsto».
Inoltre, se anche le modifiche riguarderanno quasi la metà dei nuclei che presentano l'Isee e la quasi totalità di quelli con due o più figli, «la platea dei beneficiari di maggiori erogazioni, stimate ufficialmente in circa 500 milioni dal 2026, sarà tuttavia più contenuta», calcola l'Upb. La riforma ha infatti «effetti solo per i nuclei che con un minore Isee avranno accesso a prestazioni da cui erano in precedenza esclusi e per le prestazioni per cui l'Isee non opera solo come criterio selettivo ma come base per determinare l'importo».
L'effetto congiunto delle due modifiche «è più elevato per i nuclei il cui dichiarante è nelle fasce centrali di età (30-60 anni), lavoratore autonomo, di cittadinanza italiana, localizzato nel Nord-Est in Comuni tra 5.000 e 20.000 abitanti». Inoltre, le modifiche «non si traducono automaticamente in un incremento dei benefici economici per i nuclei interessati». Ad esempio, sull’Assegno unico: «Un minore Isee comporta un maggiore importo della prestazione solo se il nucleo appartiene alla fascia di indicatore tra circa 17.200 e 46.000 euro».
Da ultimo, non per importanza, Cavallari sottolinea che «sebbene la propensione a evadere stia diminuendo in Italia, il fenomeno dell'evasione è ancora molto ampio» ma la manovra «interviene solo marginalmente sul fenomeno». Inoltre per l’Upb c’è il rischio che «l'introduzione ripetuta di forme di definizione agevolata», quali ad esempio la rottamazione, «incida negativamente sulla tax compliance alimentando aspettative di future forme di agevolazioni e comportando, in prospettiva, una riduzione della riscossione ordinaria». (riproduzione riservata)