In questa prima versione la manovra 2026 chiede più di 8 miliardi all’anno al mondo finanziario e imprenditoriale italiano, nonché ai cittadini e agli investitori, come ha ricostruito MF-Milano Finanza. Ma fin dall’approvazione del Consiglio dei ministri si sono alzati gli scudi contro la batosta da 1 miliardo sui dividendi delle holding con quote societarie sotto il 10%, che farebbe aumentare la pressione fiscale sulle cedole dall’1,2% al 24%, con il rischio di fuga all’estero delle imprese. In sostituzione sta prendendo forma, tramite un emendamento che la Lega ha già preparato, mentre Forza Italia lo sta ultimando, una misura agevolata per tassare le plusvalenze sull’oro da investimento. L’ipotesi, rivelata da questo giornale, prevede il taglio dell’aliquota dal 26% al 12,5% per chi decida - entro il 30 giugno 2026 - di rivalutare lingotti, monete e placchette d’oro. Con un tasso di adesione del 10% nelle casse pubbliche entrerebbero tra 1,67 e 2,08 miliardi. Il doppio di quanto necessario a cancellare la norma sui dividendi prevista in manovra.
In controtendenza il governo ha deciso di rinviare ancora l’entrata in vigore della sugar tax al 2027. L’imposta voluta dal governo Conte II nel 2019 non è mai entrata in vigore per alcuni limiti normativi e per le conseguenze economiche, che ha ricostruito con MF-Milano Finanza, Giangiacomo Pierini, presidente di Assobibe. Da un lato, la sugar tax italiana «non considera la quantità di zucchero o le calorie ma il grado di dolcezza delle bibite, gravando anche sulle zero» e non è necessaria perché le bevande analcoliche pesano solo lo 0,9 % del totale calorie assunte dagli italiani (18 calorie). Dall’altro lato, Nomisma stima che «l’aumento del 28% della fiscalità su ogni litro di bibita andrebbe a ridurre le vendite del 16% in due anni e così il fatturato del comparto del 10%, mettendo a rischio 5.000 posti di lavoro». Anche gli investimenti frenerebbero «per oltre 46 milioni».
Pierini ha ricordato inoltre che la tassa penalizzerebbe «delle eccellenze del Made in Italy, dai chinotti ai thè freddi» e in particolare le pmi «soprattutto per l’aggravio burocratico della nuova imposta: oltre 70 adempimenti mensili». (riproduzione riservata)