La legge di bilancio 2026, fresca di invio al Senato per l’inizio dell’iter parlamentare, contiene diverse misure che andranno ad arricchire la busta paga di lavoratori pubblici e privati a partire da gennaio 2026.
Il governo Meloni non ha mai fatto mistero che nel ddl Bilancio di quest’anno sarebbe stato reso strutturale il taglio dell’Irpef, questa volta concentrandosi sul ceto medio. Scatta così la sforbiciata di due punti sulla seconda fascia di aliquote, che passa dal 35% al 33%, per i redditi che vanno dai 28 mila ai 50 mila euro annui. Quindi, la nuova struttura dell’Irpef sarà sempre a tre scaglioni, ma con un’aliquota differente nel secondo: il 23% fino a 28.000 euro, il 33% da 28.000 a 50.000 euro e il 43% oltre questa soglia.
La novità, ha spiegato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, coinvolge circa 13,6 milioni di contribuenti, di cui 8,2 milioni con reddito prevalente da lavoro dipendente, per un costo complessivo della misura per le casse pubbliche di 3 miliardi all’anno.
Il beneficio medio per singolo lavoratore si aggira intorno ai 210 euro annui. Ma visto che il risparmio è proporzionale alla parte di reddito compresa nel secondo scaglione Irpef, questo spazia da un vantaggio di circa 40 euro l’anno per chi ha un reddito lordo di 30 mila euro (corrispondenti al 2% sui 2 mila euro che eccedono la soglia dei 28 mila euro) fino a un massimo di 440 euro per chi guadagna 50 mila euro o più.
La manovra inoltre contiene una norma che richiama il principio della scala mobile eliminato nel 1992. Il meccanismo però del governo Meloni prevede che , qualora i contratti collettivi di lavoro non vengano rinnovati entro due anni dalla loro scadenza naturale, le retribuzioni dei dipendenti saranno automaticamente adeguate seguendo la variazione dell'Ipca, l'indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell'Unione Europea. Il tutto però entro un tetto massimo del +5% annuo.
L’aspetto da sottolineare è che vengono riconosciuti automaticamente gli arretrati anche nel settore privato: a partire dal 2026, ogni contratto collettivo rinnovato dovrà necessariamente includere gli aumenti salariali maturati dal momento della scadenza del precedente accordo, indipendentemente dal momento effettivo in cui viene siglato il rinnovo.
In questo quadro l’esecutivo, proprio nell’ottica di incentivare i rinnovi, ha stanziato 2 miliardi di euro per finanziare la detassazione sugli aumenti contrattuali. Nel dettaglio, la manovra prevede una sorta di flat tax, con aliquota fissa al 5%, per i redditi fino a 28 mila euro all’anno (che sono quindi esclusi dal nuovo taglio dell’Irpef).
In pratica, invece di tassare l’aumento al 23%, si applica una percentuale del 5%, il che genera un beneficio netto pari, nella parte sotto i 28.000 euro, al 18% dell’aumento. A essere interessati, secondo le stime della relazione tecnica che accompagna la finanziaria, dovrebbero essere 3,326 milioni di lavorati dipendenti, inclusi quelli con contratto sottoscritto nel primo semestre del 2025.
Dalla misura si stima inoltre un minor gettito complessivo di competenza di 474,9 milioni di euro, mentre - secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato - l’aumento medio per i lavoratori viaggerà sui 680 euro all’anno.
Il ddl Bilancio contiene anche una detassazione per il lavoro straordinario e per le maggiorazioni legate ai turni notturni o festivi, per i dipendenti con un reddito non superiore a 40 mila euro e per un massimo 1.500 euro lordi l’anno. In pratica, per il solo 2026, questi compensi verranno tassati con un’imposta sostitutiva del 15%, invece che con le normali aliquote Irpef del 23% o del 33%.
Ecco che quindi per chi ha un reddito fino a 28.000 euro si trova nel primo scaglione Irpef, dove l’aliquota ordinaria è del 23%: in questo caso il guadagno è limitato a 8 punti percentuali, perché la tassazione scende dal 23% al 15%. Il risparmio infatti massimo è di 120 euro l’anno.
Mentre chi ha un reddito compreso tra 28.000 e 40.000 euro entra nel secondo scaglione Irpef, dove l’aliquota ordinaria è del 33%, e quindi la differenza con il 15% agevolato sale a 18 punti percentuali. La quota di risparmio annua sale a 270 euro.
E ancora, nel pacchetto della manovra è entrato anche l’innalzamento da 3mila euro a 5mila euro della somma dei premi di risultato sottoposti a tassazione ridotta: si passa dal 5% all’1%. Lo stesso vale per la partecipazione agli utili aziendali. In questi due casi, sulla base di elaborazioni dei premi agevolati dichiarati nell'anno d'imposta 2023, si stima che saranno toccate 250 mila persone. (riproduzione riservata)