C’è una norma nelle bozze della legge di Bilancio che in questi giorni è rimasta sotto traccia eppure rischia di avere effetti dirompenti sulla tassazione dei dividendi incassati dalle società, in particolare da quelle che detengono una quota inferiore al 10% delle partecipate.
La questione è piuttosto tecnica ma l'impatto potrebbe essere molto pesante e vale per tutte le società, comprese quelle quotate a Piazza Affari e le partecipate pubbliche. Mentre è bene puntualizzare che non c’è nessuna novità per il retail che, come oggi, continuerà ad avere una tassazione del 26% sulle cedole incassate dai propri investimenti azionari.
Cosa cambia per le le imprese? Fino ad oggi la tassazione dei dividendi è stata fortemente agevolata dal regolatore che, nel rapporto tra le società partecipate e le partecipanti (che fa riferimento alla direttiva europea sulle aziende madre-figlie), ha voluto evitare una doppia imposizione visto che l’impresa a valle paga già le imposte sull’utile prodotto.
Solo il 5% del dividendo ricevuto è quindi soggetto a tassazione Ires (del 24%), mentre il restante 95% è esente. Questo significa che l’imposta effettiva da pagare è molto bassa, pari all’1,2% della cedola ricevuta (ovvero l’Ires del 24% sul 5% del dividendo ricevuto).
In questa cornice interviene l’articolo 18 del testo della manovra circolato negli ultimi giorni che mantiene valida l’esenzione al 95% soltanto per le partecipazioni, dirette e indirette, superiori al 10% del capitale. Mentre per tutte le imprese che hanno quote inferiori a questa soglia il regime agevolato verrà eliminato, prevedendo l’applicazione dell’Ires al 24% sul 100% del dividendo incassato.
In pratica l’imposta sale dall’1,2% al 24% per tutte le imprese che incassano dividendi da società di cui detengono quote inferiori al 10%. Norma che, secondo il testo, dovrebbe entrare in vigore al primo gennaio 2026 e avrà bisogno di uno o più decreti attuativi del ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti.
L’intenzione del governo è evidentemente quella di incassare risorse utili a fare provvista necessaria per gli interventi previsti in manovra a favore di famiglie e imprese, anche se ad oggi non c’è ancora alcuna stima sull’impatto economico della riscrittura delle regole sulla tassazione dei dividendi. Bisognerà quindi aspettare la relazione tecnica alla manovra ma si ragiona già sui possibili effetti che l’aumento delle tassazione sui dividendi potrebbe generare sul mercato e sulle imprese.
«La norma, se verrà confermata come la si legge adesso nella versione definitiva della legge di Bilancio, potrebbe essere considerata un passo indietro nell'integrazione del mercato europeo dei capitali», osserva Giuseppe Marino, professore di diritto tributario all’Università degli studi di Milano e socio fondatore dello studio Marino Ballancin e Associati, «con le imprese che potrebbero essere incentivate a spostare la propria sede in altri Paesi europei dove non è prevista la doppia tassazione».
La norma potrebbe poi avere effetti sull’assetto azionario delle imprese italiane, spingendo i soci a raggiungere la soglia del 10% per evitare il pesante aggravio tributario, e ovviamente in ballo ci sono le grandi aziende italiane e i grandi capitali. Ma non sono esclusi interventi correttivi nel testo definitivo della manovra. Il governo, in altri termini, potrebbe essere partito dalla soglia del 10% per arrivare magari al 5%, ma è ancora presto per dirlo. (riproduzione riservata)