Tempi duri per il lingotto. In seguito a un inizio di 2022 appena sopra i 1.800 dollari l'oncia, e dopo aver sfiorato, in coincidenza delle fasi di vendite più forti sui mercati azionari e obbligazionari (tra fine aprile e inizio maggio), i 2.000 dollari, nelle ultime settimane l'oro è sceso ben sotto la soglia di 1.800, toccando minimi a meno di 1.710. Alla base c'è una dinamica di disallineamento tra asset rifugio: all'indebolimento del metallo giallo ha fatto infatti da contraltare il rafforzamento massiccio del dollaro, supportato dalle strette monetarie della Federal Reserve, che ha permesso alla divisa americana di raggiungere la parità con l'euro.
Nel complesso da gennaio l'oro ha perso, pur con numerose oscillazioni, circa il 7% del suo valore. Quasi nulla in confronto alle perdite a doppia cifra dei mercati azionari, ma una percentuale non irrilevante se si considerano le caratteristiche difensive del metallo, che di solito viene preferito dagli investitori in fasi di mercato turbolente proprio per la sua stabilità. La dinamica non ha risparmiato nemmeno i prodotti d'investimento che cercano di generare performance scommettendo sulle società estrattrici. La tabella nella pagina a fianco, elaborata da Fida, mostra come i 10 comparti ordinati per rendimento da inizio abbiano registrino una perdita media del 12,8%, che migliora lievemente (-12,4%) su un orizzonte annuo. Attenzione però: allargando la prospettiva a tre anni, gli stessi fondi hanno un rendimento medio positivo e a doppia cifra, superiore al 14%, con punte vicine al 28%, come nel caso del Gold and Precious Metals di Franklin Templeton (-20% circa da gennaio).
Che l'investimento nel lingotto e nelle società a esso legate sia diventato un megatrend? Guardando alla performance triennale non si può dimenticare che ad agosto 2020 l'oro toccò i suoi massimi storici, superando i 2.050 dollari. All'epoca il mondo era completamente differente: la pandemia di Covid-19 era ancora in cima alle cronache, i disordini geopolitici non avevano la portata della guerra in Ucraina ma erano sparsi e difficili da prevedere (sul maxi rally del metallo, commentarono a caldo gli esperti dalla Mizuho Bank, avevano pesato le esplosioni di bombe nella città di Beirut). Inoltre i rendimenti obbligazionari erano tenuti forzosamente a zero o in terreno negativo dalla banche centrali, e gli asset manager che volevano togliere un po' di rischio dagli investimenti azionari preferivano il lingotto ai bond infruttuosi. Non da ultimo, il dollaro era particolarmente debole: il cambio tra euro e divisa americana toccò nella prima estate di Covid il valore di 1,20.
Non sarebbe corretto d'altro canto affermare che l'oro stia attraversando un momento di crisi, se si considera che ancora nella primavera del 2019 il lingotto trattava sotto i 1.300 dollari. Piuttosto, a essere in difficoltà sono alcune società aurifere, quelle più piccole, come spiega Joe Foster, portfolio manager della Gold Strategy di VanEck. A ridurre l'appeal su questi titoli ci sono due ordini di fattori. Primo, in un ciclo di rialzo del dollaro «sui mercati non c'è molta eccitazione per l'oro e tanto meno per le società minori». Secondo, «anche molte materie prime si trovano in un mercato rialzista, e i titoli del petrolio e del gas hanno distolto l'attenzione degli investitori dai titoli più piccoli dell'oro». A queste dinamiche il money manager ne aggiunge altre due. Da una parte «ci sono state meno acquisizioni di società minori perché i produttori più grandi non hanno perseguito la crescita esterna, come invece facevano nei cicli precedenti, preferendo opportunità di crescita organica». Dall'altra, prosegue Foster, «la maggior parte dei management delle società minori opera secondo un antiquato modello di fusioni e acquisizioni, e aspetta che un produttore più grande offra un premio generoso per assumere il controllo: per loro, la creazione di valore per gli azionisti termina sulla linea della proprietà».