Nel corso del primo mandato (2017-2021) di presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 2 novembre 2017 nominò quale presidente della Federal Reserve Jerome Powell, al posto di Janet Yellen, a cui non venne concesso, per la prima volta il quarant’anni, un secondo mandato.
Prima della nomina a chairman, Powell faceva già parte del consiglio della Federal Reserve, nominato da Barack Obama nel dicembre 2011. Confermato per altri quattro anni da Joe Biden nel 2022, gesuita e non facilmente influenzabile dalla politica, Powell è entrato in contrapposizione con Trump, il quale ha preso ad attaccarlo da diversi mesi, poiché, a suo dire, è dormiente - definito «Sleepy Joe» - lento, incapace, non adatto al ruolo. L’irruente Trump vorrebbe che i tassi, fermi da tempo alla forchetta del 4,25-4,50%, fossero all’1% - «la Fed sta uccidendo la crescita economica» - ed esorta la banca centrale americana ad abbassarli.
Powell ha ribadito più volte che l’incremento dei dazi, introdotti da Trump con notevoli stop and go, porterà probabilmente ad un aumento dei prezzi, oggi in America superiori all’obiettivo del 2% della banca centrale. Powell in sostanza dice che in assenza di dazi e politiche tariffarie i tassi sarebbero già stati abbassati. Trump ha ribadito che Powell «ha fatto un pessimo lavoro, ma comunque sarà fuori molto presto, tra otto mesi sarà fuori». Il mandato da presidente della Fed si conclude a maggio 2026.
Nulla di nuovo sotto il sole, è una costante vedere la politica interferire con i guardiani della moneta. I banchieri centrali dei paesi occidentali hanno conquistato l’indipendenza dal potere politico e devono mantenere la guardia alzata ogni qualvolta il politico di turno desideri una spinta alla crescita economica via tassi di interesse più accomodanti.
Vi è da rimarcare che i tassi decisivi per gli investimenti delle imprese sono i tassi a lungo termine, oggi in America nell’intorno del 4,38%, i quali incorporano le aspettative di inflazione. Le continue pressioni su Powell hanno avuto come effetto il rialzo dei tassi a lungo termine - dal 4% del marzo scorso -, e soprattutto hanno creato dubbi sul dollaro come moneta di riserva, che dall’inizio del 2025 si è fortemente indebolito verso tutte le valute mondiali, in particolare di oltre il 12% contro l’euro.
A fronte di questi attacchi furibondi il ceo di Jp Morgan Jamie Dimon ha spiegato come l’indipendenza della Fed è un valore assolutamente critico e decisivo, per Powell come per eventuali suoi successori. Ciò non è bastato a Trump, il quale è partito lancia in resta con una nuova accusa: il costo dei lavori di rifacimento della sede della Federal Reserve a Washington - costo previsto di 2,5 miliardi di dollari - sono «oltraggiosi».
Anche il Segretario del Tesoro Scott Bessent, amico di Trump fin dall’infanzia, si è allineato alle critiche invocando una rivisitazione del progetto di spesa, nonostante gli avvocati della Fed abbiano spiegato che le spese straordinarie di rifacimento oltre il budget non possono essere considerate misconduct. Il trumpiano Russell Vought, direttore dell’Office for Management and budget, ha paragonato il palazzo della Fed alla Reggia di Versailles di Luigi XVI e Maria Antonietta. Ghigliottina vicina? (riproduzione riservata)