La forza dell’euro è soggetta a molti rischi secondo BofA. Da settembre in avanti ha guadagnato oltre il 13% dato che il cross euro/dollaro era sceso sotto la parità dopo l’estate. A sostenere il rialzo è il diverso timing nell’aumento dei tassi da parte di Fed e Bce, la prima ha iniziato a farli salire un anno fa, la seconda soltanto sei mesi dopo. Un ritardo che sposta più in là il capolinea dei rialzi per la Bce, atteso dopo la fine del primo semestre, quando la Fed dovrebbe già essersi fermata. In questo contesto, gli analisti di BofA vedono il cambio euro-dollaro a 1,10 entro la fine del 2023 mentre Lombard Odier lo stima a quota 1,12. «L'euro-dollaro si è già spostato verso le previsioni di consenso di fine 2023 e molto vicino alle nostre. Ma la periferia rimane una preoccupazione per l'euro, poiché la Bce è ora diventata aggressiva. I prezzi dell'energia potrebbero aumentare ancora. La guerra in Ucraina rimane un’incognita. La riapertura della Cina si sta rivelando impegnativa», osservano gli analisti di BofA.
Nel meeting di metà di dicembre il presidente della Bce, Christine Lagarde, ha preannunciato un aumento dei tassi di 50 punti base, «alla prossima riunione, e forse anche a quella successiva e anche a quella dopo ancora», ovvero, febbraio, marzo e successivamente. BofA prevede un tasso finale della Bce al 3,5%, ciò «suggerisce rischi al rialzo per i rendimenti periferici, da livelli già elevati nel caso dell'Italia. La dinamica del debito potrebbe diventare problematica, in particolare se si considera il basso potenziale di crescita dell'Italia e la necessità di avanzi primari pubblici ancora più elevati rispetto al passato». Il rendimento del Btp a dieci anni è attualmente al 4% con lo spread a quota 178, in leggero calo. Secondo la banca d’affari, «la Bce potrebbe essere costretta ad attivare il Tpi (Transmission Protection Instrument, ndr), cosa tutt'altro che semplice, poiché molti dettagli tecnici e legali rimangono vaghi. Il rischio di questa visione è che abbiamo sopravvalutato il rischio del debito periferico per l'Ue», afferma BofA.
«La Bce è diventata dura nella riunione di dicembre», ricorda BofA che non usa mezzi termini: «Siamo stati molto critici riguardo alla mancanza di risposta da parte della Bce all'inflazione elevata per la maggior parte dello scorso anno. È stata l'ultima banca centrale, ad eccezione della BoJ (Banca del Giappone, ndr), a fermare il Qe, mentre era indietro rispetto al mercato e costantemente lenta nel reagire all'aumento dell'inflazione una volta che questa ha iniziato a salire. A nostro avviso, la comunicazione della Bce è stata spesso confusa e contraddittoria. Tuttavia, dicembre è stato il primo incontro in cui abbiamo sentito un messaggio chiaro dal presidente Lagarde secondo cui la Bce avrebbe fatto tutto il necessario per riportare l'inflazione all'obiettivo». Il tasso ufficiale Bce terminale del 3,5%, atteso dagli economisti di BofA, è leggermente superiore a quanto scontato dal mercato, il 3,3%.
La posizione della Bce, «potrebbe essere un problema per la periferia. Il rapporto debito/pil dei Paesi periferici è sceso bruscamente lo scorso anno, a causa dell'inflazione, ma partendo da un livello storicamente elevato. Inoltre, l'inflazione scenderà quest'anno e il prossimo. Se nei prossimi anni i costi di indebitamento saranno superiori alla crescita del pil nominale, i mercati potrebbero temere che il debito pubblico della periferia possa essere insostenibile. In effetti, i rendimenti italiani sono aumentati rapidamente dopo la svolta aggressiva della Bce a dicembre, anche se da allora sono diminuiti poiché i mercati sono entrati in modalità risk-on», aggiunge BofA. Secondo cui, «ipotizzando un tasso terminale Bce del 3,5%, i rendimenti decennali italiani potrebbero aumentare ancora, dall'attuale 4%. La crescita media del pil nominale dell'Italia dall'adesione all'euro è stata del 2%, mentre il Fmi prevede che raggiungerà una media del 3% nei prossimi cinque anni. L'avanzo primario dell'Italia dall'adesione all'euro è stato in media dello 0,7%, che è inferiore a quanto sarà necessario per stabilizzare il debito pubblico. Più a lungo i rendimenti dell'Italia rimarranno ai livelli attuali, e tanto più se aumentano a un livello vicino o superiore al 5%, più è probabile che i mercati si preoccupino delle dinamiche del debito italiano», sostiene BofA.